DA VALUTARE
LA PRATICA DELLA MEDITAZIONE
di Mario Thanavaro
La pratica della meditazione è uno strumento che ci viene offerto per potenziare la nostra capacità di visione. L’attività del meditare, propria del nostro cuore-mente, impegna tutte le facoltà spirituali, non solo quelle intellettive o pratiche. Comunemente, con questa parola si intende la capacità cosciente di cogliere il senso profondo di quanto avviene al nostro interno. Meditare non significa dunque semplicemente pensare, ma essere presenti all’evento del pensiero. Questa presenza si può paragonare a un riflettore, a un fascio luminoso che illumina un particolare aspetto del tema che vogliamo trattare, considerandolo ed elaborandolo. Questa attenzione al pensiero come evento interiore, alla scoperta dei grandi temi dell’uomo, ci permette di riconoscere una parte di qualcosa che va al di là della nostra volontà. Se per la pratica della concentrazione è necessaria, e a volte sufficiente, la volontà per poter essere presenti e concentrati sull’oggetto concentrativo, nella pratica della meditazione viene richiesto un maggiore rilassamento di questa volontà, e quindi una maggiore capacità di accoglienza.
Nella pratica meditativa avviene qualcosa di molto grande, di molto vasto: avviene una vera liberazione interiore. Infatti, ogni volta che diamo spazio al pensiero, ogni volta che notiamo la coscienza nel suo molteplice manifestarsi, ecco che portiamo all’unità quell’interiorità nascosta che cerca la luce, che vuole essere illuminata, che necessita di essere compresa all’interno dell’uno. Abbiamo tutti bisogno di molta umiltà nell’accogliere i nostri eventi interni e il nostro pensiero, perché nella misura in cui permettiamo ai pensieri di fluire siamo effettivamente in grado di esserne liberi. Ma se non permettiamo questo fluire, nella sua alternanza di positivo-negativo, bene-male, finiamo per demonizzare persone e oggetti, e creiamo al nostro interno un vero conflitto tra bene e male. La meditazione è un valido strumento per la conoscenza profonda di se stessi. Ma le pratiche meditative fanno parte di un corpo molto più vasto di insegnamenti, senza i quali la pratica meditativa può rimanere inefficace. La meditazione non deve ridursi a semplice tecnica, perché riflette uno stato di coscienza pregno delle conoscenze dei grandi maestri di tutti i tempi, appartenenti alle vere tradizioni di ricerca spirituale.
Potremmo dire che la meditazione è il corretto atteggiamento nei confronti della vita stessa, e non è quindi riducibile a una tecnica o a una postura fisica, perché se così fosse escluderemmo gran parte delle esperienze che costituiscono il nostro vivere quotidiano. Se abbiamo chiaro questo punto, possiamo avvicinarci alle pratiche meditative con una impostazione corretta, riconoscendo nelle pratiche un apporto valido, e per molti aspetti indispensabile, al fine di correggere la nostra percezione degli eventi. Possiamo avvicinarci alla pratica meditativa considerando il nostro corpo come un apparecchio radiofonico. Nel corso della giornata il nostro apparecchio psicofisico, proprio come una radio, è in grado di ricevere diverse esperienze, di sintonizzarsi su diversi programmi. Queste esperienze vengono vissute come sensazioni, emozioni, stati mentali. Sintonizzarsi correttamente su queste esperienze significa essenzialmente prendere coscienza di quello che ci sta accadendo, essere pienamente consapevoli dell’oggetto osservato. In altre parole, la nostra capacità di ascolto oggettivo del programma che stiamo percependo ci permette di conoscere la natura degli eventi così come si manifestano, secondo le cause e le condizioni che li determinano.
Ciò che avviene nella nostra vita è determinato e al tempo stesso determinabile. Questa comprensione ci permette di liberarci dalla convinzione assai diffusa che le cose siano predeterminate, dalla credenza che siamo vincolati a un destino.
La corretta comprensione della sequenzialità, della relazione di causa ed effetto ci permette di riconoscere una possibilità che sta a noi cogliere momento per momento: la possibilità di essere liberi. Non possiamo relegare questa possibilità nel futuro, e non possiamo nemmeno compiangerci per non essere ancora illuminati. Dobbiamo assumerci la responsabilità di convogliare tutte le nostre forze perché nel momento presente si attui una vera rivoluzione della coscienza, realizzando pienamente ciò che siamo: esseri di luce in grado di ricevere luce e di trasmetterla. Anche se esistono parole diverse per descrivere questo stato di coscienza (libertà, verità, amore), indicano tutte un’unica capacità: la capacità di vedere chiaramente, di conoscere chiaramente e di esprimere chiaramente. Vedere, sentire, conoscere, esprimere sono proprietà della coscienza, ed è sui principi della visione profonda che possiamo esprimerci pienamente. La pratica meditativa è lo strumento per far sì che questa visione profonda non venga mai meno e perché si manifesti la chiarezza necessaria a essere nella vita al di là del dualismo che la caratterizza a livello sensoriale.
Il nostro percorso si svolge all’interno della nostra esperienza psicofisica, ma ci porta alla sviluppo delle nostre potenzialità per passare da uno stato di semplice sensorialità allo stato di multi-sensorialità, ampliando le nostre percezioni ed esprimendoci pienamente secondo coscienza, secondo l’amore. In che modo? Prima di tutto, portando l’attenzione al corpo, in quanto il corpo costituisce il primo ricettacolo della vita. Questa accensione di vita avviene quando i due gameti si incontrano e vanno a costituire la prima cellula, che dividendosi danno inizio a un processo in cui scorre una verità profonda. È la verità dell’intrinseca unità presente in ogni cosa, e che pur trascendendo la materia si esprime in ogni piano della materia. Sul piano dell’evoluzione fisica c’è dunque una continua ricerca per ristabilire l’unità apparentemente perduta. Sul piano dell’introspezione, ognuno di noi cerca di riportare la mente ad uno stato di unità, ad uno stato di pace, di integrazione profonda di tutti gli elementi che costituiscono la persona. Ecco allora che corpo, energia e mente, qualora armonizzati e vissuti in piena consapevolezza, diventano i canali dello spirito.
Il lavoro meditativo vuole essere essenzialmente questo: fare del nostro corpo, e della sua espressione cosciente, un canale puro che consente la vera ricettività. Ciò significa attingere direttamente alla conoscenza senza le distorsioni tipiche del mentale, da cui molto spesso siamo afflitti perché è proprio nella stratificazione dei pensieri che si gioca il gioco dell’esistenza. Il pensiero “Sono perché penso” è una trappola mortale. L’immortalità dell’essere si manifesta come realtà esperibile ogni volta che siamo in grado di lasciar andare il pensiero. Ma questa capacità di lasciar andare il pensiero richiede una verifica esperienziale, e all’interno della pratica meditativa tale verifica è possibile perché portiamo una maggiore attenzione al flusso degli eventi, e riconosciamo nella caratteristica della transitorietà e dell’impermanenza una legge universale. Tutto è instabile, tutto è transitorio, tutto è impermanente, tutto è effimero, caduco. Questa capacità di visione del costante fluire dell’esperienza ci pone quasi magicamente al di fuori della stessa esperienza. In questa percezione diretta la coscienza diventa più vasta, non più preoccupata ma tranquilla e profonda, serena, amorevole, aperta al continuo cambiamento, al continuo scorrere.
Più consapevolezza, più coscienza, più vita. Più vita nella conoscenza della non-morte, quindi dell’immortale. La meditazione si presenta come la via all’immortalità, e il superamento della paura della morte è uno degli effetti di una pratica meditativa attenta e rigorosa. Andare oltre la paura significa andare oltre i limiti di una coscienza limitata da preconcetti. La stessa idea di essere nati nel tal giorno e alla tale ora è un preconcetto che trova la sua giustificazione solo nello sviluppo biologico di una cellula. È di fondamentale importanza andare oltre l’identificazione con qualsiasi processo, perché i processi avvengono all’interno di una dimensione spazio-temporale e sono quindi determinati da un inizio, una crescita e una fine. Inizio, crescita e fine sono le coordinate di qualsiasi viaggio, di qualsiasi esperienza, di qualsiasi esistenza. Inizio, sviluppo e fine sono all’interno di un quadro spazio-temporale. Fare salti di coscienza significa ampliare questo quadro, uscire dalle costrizioni di questo spazio limitato. Ecco perché si parla di libertà, e il richiamo alla libertà è in fondo al nostro cuore, in fondo alla nostra anima. Il richiamo alla libertà è anche il richiamo alla conoscenza della nostra interdipendenza e del riconoscimento che non si può essere liberi se non nel rispetto della libertà altrui, e dunque nell’amore. Tutto ciò inizia da un semplice passo, da una semplice consapevolezza: la consapevolezza del respiro, la consapevolezza di essere qui e ora.
La meditazione Buddhista
di Mario Thanavaro
Quando ci avviciniamo ad una pratica meditativa è molto importante conoscerne le radici storiche, religiose e culturali. Soffermarsi unicamente sull’aspetto tecnico che salvaguarda unicamente l’spetto strumentale della meditazione a lungo andare rende la pratica meditativa sterile. Non possiamo dimenticare che le ‘pratiche meditative’ fanno parte di un corpo molto più vasto di insegnamenti. Senza questa considerazione, la nostra pratica meditativa può essere intrapresa in modo inefficace. La Meditazione Buddhista ha le sue radici nel pensiero filosofico dell’Antica India. Le tradizioni alla quali io stesso ho attinto e nelle quali sono cresciuto sono il Cristianesimo delle origini, le grandi tradizioni spirituali dell’Oriente e in particolar modo il Buddhismo. Secondo l’insegnamento di Buddha Shakyamuni la meditazione è uno strumento fondamentale nel sentiero che conduce al Risveglio. Percorrerlo significa trovare la “Via di Mezzo”. Grazie alla meditazione possiamo percorrere questa via e imparando a comprendere la mente ritrovare serenità e pace. Nel corso del ritiro i partecipanti dovranno rispettare il silenzio, riceveranno guida, insegnamenti e ascolto. Su richiesta sarà possibile avere un colloquio con il Maestro.
Gli esercizi meditativi proposti coinvolgeranno in modo dolce ed efficace a livello fisico, psichico ed emozionale per far riemergere nei praticanti il loro potenziale spirituale. L’alternarsi della meditazione seduta e camminata, provvederà a ribilanciare le energie grazie ad un gioco di tensione e rilassamento a tutti i livelli. La pratica di Samatha (Concentrazione) ci permetterà di giungere alla ‘calma concentrata’ mentre la meditazione Vipassana (della Visione Profonda), attraverso l’osservazione dell’aggregato psico-fisico, ci aiuterà a giungere alla ‘Visione del Buddha’. Il Buddha Shakyamuni ci esorta a praticare la meditazione Vipassana in quanto è uno strumento fondamentale per liberarci dai tre veleni che ci affliggono: la confusione, l’ira e l’attaccamento. Una sempre maggiore consapevolezza, generosità, altruismo, saggezza e amore sono i frutti della meditazione buddhista. Sono queste le qualità che ognuno di noi può manifestare nel mondo per promuovere la pace e renderlo migliore. Con la parola Bhavana, in lingua Pali, si descrive la pratica meditativa buddhista intesa come coltivazione della mente per ‘portare in essere’, alla luce, le sue innate qualità spirituali. I metodi principali della meditazione buddhista sono divisi in samatha (meditazione della calma-concentarta) e vipassana meditazione della visione profonda).
Le meditazioni samatha includono l’anapana (consapevolezza del respiro) e i quattro brahma-viharas: dei quali mettā bhāvanā è il più praticato.Le meditazioni vipassana comprendono la contemplazione dell’impermanenza, la pratica dei sei elementi, e la contemplazione della condizionalità. Le meditazioni Samatha solitamente precedono e preparano per quelle vipassana.Ognuno dei cinque metodi base, in grassetto, è un “antidoto” per uno dei cinque “veleni” mentali.
L’Associazione Amita Luce Infinita vi invita alla Meditazione
“La via del risveglio”
Attraverso la chiara comprensione e la consapevolezza sottile, che si attiva con la pratica meditativa,
scopriamo il senso profondo della nostra esistenza e la possibilità di vivere più tranquillità e pace interiore.
Nel corso settimanale applicheremo la meditazione silenziosa e la consapevolezza in ogni azione.
Alterneremo la meditazione seduta ad alcuni momenti d’insegnamento e condivisione.
Le pratiche meditative proposte coinvolgeranno in modo dolce a livello fisico, emozionale, mentale e spirituale.
Durante i corsi verranno esposti vari approcci alla meditazione compresi i metodi principali della meditazione buddhista:
samatha (meditazione della calma-concentrata) e vipassana (meditazione della visione profonda).
Verranno dati insegnamenti congiuntamente a sessioni di meditazioni guidate
PUBBLICAZIONI
TESTI, BRANI SCELTI, POESIE, AFORISMI, RIFLESSIONI
tratti dai principali Maestri di Dharma
In memoria di Ajhan Chah
Questo testo è stato scritto e pubblicato da Thanavaro, in segno di profonda gratitudine, affetto e stima per il Venerabile Ajhan Chah, nel XV anniversario della sua scomparsa. I meriti derivanti da questa pubblicazione sono dedicati al popolo Thailandese e a tutte le vittime del devastante maremoto dell’Oceano Indiano, del dicembre 2004. Che tutti gli esseri vivano felici, liberi dalla paura, e che possano partecipare delle benedizioni che nascono da tutto il bene che è stato fatto.
“Stabilite la pace nel vostro cuore. A tempo debito, capirete. Praticate, riflettete, contemplate, e i frutti della pratica arriveranno. Il risultato è proporzionale alla causa”.
AJAHN CHAH
Per diciotto anni ho perseguito la mia ricerca spirituale impegnandomi in un’esperienza monastica all’interno di una scuola del buddhismo propriamente detta Theraváda, la Scuola degli Anziani, detta anche Scuola del Sud. La scuola Theraváda è diffusa in tutto il Sud Est asiatico, in Sri Lanka, Birmania, Thailandia, Laos e Cambogia ed è stata quasi del tutto soppiantata dall’Induismo nella sua terra d’origine, l’India. I miei stessi maestri appartengono a un ramo specifico di questa tradizione, cioè alla scuola dei Maestri della Foresta, i cui fondatori erano monaci fortemente motivati a riscoprire le radici del buddhismo. A tal fine essi, circa un centinaio d’anni fa, lasciarono i grandi centri monastici urbani thailandesi per ritornare alle origini della loro tradizione e vivere nelle foreste. All’inizio questi monaci non incontrarono molti favori, ma nel corso degli anni diversi monaci manifestarono una notevole saggezza, suscitando l’interesse di alcune persone che smisero di frequentare i monasteri affollati delle città per recarsi nelle foreste thailandesi ad ascoltare i loro insegnamenti. Un po’ alla volta, così, si formarono e crebbero i monasteri della foresta, richiamando sempre più interesse in Thailandia e nel mondo.
Uno di questi pionieri della rinascita del Dhamma¹, è il Venerabile Bodhinyana (Saggezza del Risveglio) più conosciuto come Ajahn Chah². Il suo impegno nella meditazione seguendo lo stile di vita del monaco rinunciante (dhutanga bhikkhu) gli è servita da terreno per coltivare una disciplina impeccabile e uno sforzo coraggioso. Nel suo insegnamento ci invita ad essere perseveranti e pazienti, a seguire la via del Buddha che riporta tutto all’esperienza diretta, al vedere chiaramente e di persona. Per tutta la vita Ajahn Chah ha generosamente condiviso la sua consapevolezza e la sua penetrazione della realtà con tutti coloro che sono voluti entrare nella via del Dhamma³. L’addestramento nei suoi monasteri della foresta è abbastanza duro e arduo per le condizioni climatiche del paese e per la disciplina monastica che viene osservata scrupolosamente. Tuttavia un numero crescente di discepoli si è riunito attorno al venerabile Ajahn Chah, che ha fondato più di ottanta monasteri della foresta per addestrare non solo i nativi thailandesi, ma anche molti occidentali.
¹ In questo contesto il termine Dhamma (páli; in sanscrito Dharma) viene adoperato nel suo significato di insegnamento del Buddha, non nel significato di Verità ultima, imperitura.
² Il termine thailandese Ajahn deriva dal sanscrito acariya, che significa maestro, ed è un appellativo usato per i monaci con almeno dieci anni di anzianità. Viene trascritto sia con Ajahn che con Achaan. Si è qui voluto adottare la prima trascrizione, più comune su scala internazionale.
³ “Legge” è una delle traduzioni possibili del termine Dhamma, il cui significato etimologico è “ciò che sostiene”, e indica la Verità ultima, o legge universale, che sostiene tutte le cose. Lo stesso termine designa gli insegnamenti del Buddha.
Visitando questi centri di Dhamma ci si trova immersi in un’atmosfera di semplicità e pace. Con queste condizioni di sostegno alla pratica della meditazione è possibile percepire la connessione con la tradizione e il lignaggio che risale ai tempi del Buddha storico, Siddhartha Gautama4, detto anche Sakyamuni5. Le parole non possono esprimere il profondo senso di gratitudine che provo nei confronti del Venerabile Ajahn Chah, ma vorrei offrirvi alcuni appunti biografici ed eventi legati alla sua vita. È spirato serenamente, dopo una lunga malattia, all’età di settantaquattro anni a Wat Pah Pong (monastero da lui stesso fondato secondo la stretta disciplina dei Monaci della Foresta) nel nord est della Thailandia.
Ajahn Chah nasce il 17 giugno 1918 in un villaggio della Thailandia nord-orientale. A vent’anni, dopo tre anni di noviziato, prende l’ordinazione come bhikkhu (monaco), e si dedica allo studio della letteratura buddhista. Cinque anni dopo, la grande sofferenza provata alla morte del padre gli rivela l’insufficienza del solo studio teorico e lo spinge a percorrere la via che conduce al Dhamma immortale. Vive alcuni anni pellegrinando, dormendo nelle malsane giungle tropicali e sostenendosi con il cibo ottenuto facendo la questua. L’incontro con il Venerabile Ajahn Mun (1870-1949), al quale si deve la vivificazione della tradizione dei monaci della foresta, si rivela di grande ispirazione e gli dischiude la via alla meditazione.
Trascorre gli anni successivi intensificando la sua pratica, meditando in luoghi riposti ed evocando spesso la presenza della morte. Nel 1954 si stabilisce nelle vicinanze del villaggio natale, in un luogo selvaggio infestato da tigri, serpenti e, secondo le credenze popolari, fantasmi. Nonostante la malaria, lo scarso cibo e il povero riparo, continuano ad affluire i discepoli e prende forma il Wat Pah Pong, il suo primo monastero, al quale hanno seguito negli anni circa duecentocinquanta monasteri secondari sparsi in tutta la Thailandia.
Nel suo insegnamento Ajahn Chah rivaluta la semplicità del vivere secondo la stretta disciplina monastica e sottolinea la funzione della consapevolezza e della visione profonda come strumenti per la liberazione delle coscienze. La sua guida spirituale viene presto cercata anche da occidentali che visitando la Thailandia si interessano al buddhismo e lo vanno a cercare al monastero di Pah Pong.
Qui Ajahn Chah, con continua pazienza, senso dell’umorismo, altruismo, amore e saggezza, insegna a praticare secondo gli insegnamenti del Buddha. Nel 1975 incarica Ajahn Sumedho, il suo primo discepolo occidentale, di fondare un monastero appositamente pensato per introdurre gli occidentali alla meditazione e alla vita monastica. Questo diviene un centro per la pratica del Dharma molto fertile e prende il nome di Wat Pah Nanachat (Monastero Internazionale della Foresta).
Nell’estate del 1977 Ajahn Sumedho lascia la Thailandia per far visita ai genitori, che non vedeva da quattordici anni. Nel suo viaggio verso gli Stati Uniti si ferma a Londra e viene invitato a stabilirsi per promuovere la crescita del Sangha Theraváda in Gran Bretagna. Nello stesso anno lo stesso Ajahn Chah accetta l’invito a visitare l’Inghilterra e vi ‘trapianta’ la tradizione della foresta, lasciando ad Ajahn Sumedho il lavoro di irrigarla e coltivarla.
Nel 1979 Ajahn Chah visita gli Stati Uniti e viene presentato dal suo discepolo laico Jack Kornfield, maestro di meditazione vipassana, ai praticanti dell’Insight Meditation Society a Barre, nel Massachusetts. Ajahn Chah in questa occasione risponde alle numerose domande rivoltegli, dimostrando capacità intuitiva e comprendendo a fondo la mentalità degli americani, come pure i mali che affliggono la civiltà occidentale.
4 Sanscrito; in pali: Siddháttha Gotama. Trattandosi di un nome ormai noto anche in ambito occidentale, viene qui usato Siddhartha in sanscrito e senza i segni diacritici.
5 ‘Il saggio dei Sakya’. I Sakya (in sanscrito: Šákya) erano la famiglia di origine di Siddhartha, a capo di un piccolo regno (l’Uttarakosala) che si estendeva dal Nepal meridionale fino al Gange, con capitale Kapilavatthu (Kapilavasthu), a circa 250 km da Benares (Varanasi).
Tuttavia, solo nel 1992, dopo ripetuti viaggi di Ajahn Sumedho in America, si manifesta un serio interesse all’apertura di un monastero in California nei pressi di San Francisco. Nel frattempo, nel 1981, ha inizio la malattia che dopo un intervento chirurgico lo porta alla paralisi totale del corpo. Molti si chiesero allora: “Come mai un maestro che si era distinto per le sue qualità, si trova a vivere una situazione di degrado fisico così evidente?”. Lui stesso poco prima che subentrassero delle complicazioni, disse: “Qualunque cosa mi accada, è l’effetto del mio karma6, me ne assumo la responsabilità”. Tra i suoi discepoli laici si erano create due fazioni: coloro che erano a favore dell’intervento chirurgico, e coloro che erano, invece, contrari. Erano due fazioni che si contendevano il Maestro per proteggerlo. Il Venerabile Ajhan Chah decise di sottoporsi all’intervento chirurgico, il suo corpo ne trasse beneficio per alcuni mesi, ma poi ci furono delle gravi complicazioni, in seguito alle quali fu impossibilitato in tutte le funzioni motorie esterne. Visse gli ultimi dieci anni della sua vita nella completa incapacità di fare alcunché per la propria cura fisica, dieci anni di completa paralisi. L’effetto di questa sua situazione di salute si fece sentire all’interno delle comunità monastiche. Mentre prima i discepoli si appoggiavano al Maestro, ora erano chiamati a prendersi cura di lui. L’effetto, nella stessa attitudine alla pratica, fu evidente: prima era prevalente l’energia maschile, in quanto all’interno delle sue comunità monastiche, la pratica meditativa era mirata alla purezza nella condotta e all’eliminazione di ogni impurità, difetto o imperfezione. Il rigore e la disciplina erano il fulcro della vita comunitaria. L’elemento della volontà e dello sforzo pervadevano l’atmosfera, per quanto la volontà e la disciplina non siano sufficienti per lo sviluppo della saggezza e della compassione. Io stesso notavo nella mia pratica poca arrendevolezza e tenerezza. La disciplina, l’osservanza delle regole, l’estrema cura della condotta, se non sono supportati dall’amorevolezza, dalla flessibilità, sfociano nel dogmatismo e accrescono il senso di superiorità e separatezza. Accrescono il senso del potere e non della gentilezza amorevole. In un contesto comunitario creano tensione e divisone tra due o più fazioni che tendono a confrontarsi con la forza delle loro convinzioni e opinioni più che ad incontrarsi attraverso il dialogo, al fine di giungere all’approvazione di scelte comuni. Durante i dieci anni di malattia del Maestro, molte cose sono cambiate nella sua comunità; molti hanno avuto modo di beneficiare della sua presenza. Io stesso, da giovane novizio, non avevo il coraggio di avvicinarmi al maestro poiché sentivo soggezione. Quando il Venerabile Ajhan Chah era nel pieno delle sue forze, era un concentrato di energia e mi riusciva difficile sentirmi rilassato, familiarizzare con la sua presenza. Senza dubbio era un mio problema. Mi era più facile servirlo mantenendo sempre un margine di distanza. Quando, a causa del suo stato di salute, la sua energia non si manifestava più attraverso la sua vitalità fisica, ed era più presente come stato di coscienza, ne avvertivo sia la forza che la benevolenza, solo allora mi fu facile avvicinarmi a lui, stare in meditazione mano nella mano, prendermi cura di lui, accudirlo, senza la paura di essere ripreso.
Poco prima di perdere la parola, rivolgendosi a un suo discepolo, il Venerabile Ajahn Chah disse: “Mi sono preso cura di voi; ora voi potrete prendervi cura di me”. Per dieci anni non parlerà più ed è questo il periodo più misterioso della sua vita e del suo insegnamento. Più volte ho riflettuto su questa domanda: “Che cosa fa la coscienza quando è prigioniera nel corpo di un quadriplègico?”. Cosa siamo chiamati a fare quando stiamo male nel corpo, se non abitare il corpo mantenendo alto il livello di coscienza! Il corpo del Maestro, per quanto malato, continuava a veicolare la sua ricchezza interiore. Del resto la coscienza continua a rimane nel corpo fin quando il corpo viene riconosciuto come funzionale ad un percorso di vita; il corpo è un veicolo con il quale si possono imparare le lezioni della vita e al tempo stesso è con esso che possiamo comunicare ed insegnare. Per anni discepoli da tutto il mondo si recano a trovare il Venerabile Ajahn Chah nella piccola clinica appositamente costruita dai monaci all’interno del suo monastero. Qui, in presenza del Maestro, si sente fortissima la compassione, l’amorevole sollecitudine. È il periodo della trasmissione più diretta e incisiva dell’insegnamento di Ajahn Chah, al contrario di quanto razionalmente si possa pensare.
Tempo prima, rispondendo alla domanda se lui avesse raggiunto la suprema illuminazione, aveva risposto con un’immagine eloquente: “Io sono come un albero nella foresta. Gli uccelli arrivano, si posano sui rami e mangiano i frutti. Per gli uccelli, i frutti possono essere dolci, amari o altro. Ma l’albero non ne sa nulla. Gli uccelli possono dire ‘dolce’ o ‘amaro’, ma dal punto di vista dell’albero, sono solo chiacchiere d’uccelli”7.
Il corpo di Luang Por (‘Grande Padre’, come era affettuosamente chiamato dai suoi numerosi allievi) ha esalato l’ultimo respiro alle cinque e venti della mattina del sedici gennaio 1992. Ed è così, in un’atmosfera di pace e venerazione, che è terminata la vita di un grande maestro buddhista. Subito dopo è stata cantata dai monaci attendenti una riflessione sulla natura transitoria del corpo. Poi il corpo di Luang Por è stato preparato per il servizio funebre secondo la tradizione thailandese che prevede che il corpo di un grande maestro non sia cremato subito. Appena la notizia della morte si è sparsa, la gente ha incominciato ad arrivare per dare l’ultimo saluto. Si è deciso che per i primi quindici giorni successivi alla morte, si sarebbe tenuto nel monastero un ritiro di meditazione, al quale partecipano circa quattrocento monaci, settanta monache e cinquecento laici. Si sono eseguiti canti e rituali appropriati per le diecimila persone giunte per celebrare la scomparsa del Venerabile Ajahn Chah. Il quarantanovesimo e il centesimo giorno dalla sua morte si sono tenute due grandi funzioni commemorative. Alla funzione per la cremazione del corpo, svoltasi il 16 gennaio 1993, hanno parte-cipato oltre cinquecentomila persone, comprese il Re e la Regina della Thailandia, a rappresentanza del rispetto e della devozione di un intero popolo. Ho incontrato la prima volta Luang Por all’aeroporto di Heathrow, a Londra nel 1979, quando accompagnai Ajahn Sumedho, il mio insegnante diretto, e altri monaci. Quando lo vedemmo passare la dogana ed entrare nella sala d’aspetto, ci inginocchiammo ai suoi piedi, richiamando l’attenzione di tutti i presenti. Era del tutto naturale.
Da quel momento ho compreso il profondo senso di connessione che mi univa ad Ajahn Sumedho e ad Ajahn Chah. Egli riusciva a colpire con il suo naturale carisma tutti coloro che si trovavano alla sua presenza: li faceva ridere di se stessi. Durante la sua breve visita in Inghilterra ho potuto rendermi conto personalmente del flusso reciproco di energia che intercorreva tra lui e chi gli stava innanzi, me compreso. Qualche volta sembrava di trovarsi innanzi alla vasta presenza di una montagna incrollabile, alla svettante statura di un grande albero o alla quiete che emana da un trasparente laghetto boschivo. A volte si avvertiva la chiarezza di uno specchio capace di riflettere direttamente la vera natura della propria condizione presente. Tale era la profondità di Luang Por Chah.
6 Karma: sanscrito, in páli kamma. Il significato letterale è ‘azione’, ed è un termine con cui nel buddhismo e in tutto il pensiero indiano ci si riferisce alla legge di causa ed effetto. Secondo la legge del karma, ogni azione intenzionale equivale a piantare un seme (bíja) che prima o poi darà il suo frutto (vipáka). È diffuso purtroppo il malinteso secondo cui il karma sarebbe una sorta di destino ineluttabile spettante a ciascun individuo.
7 In un’altra occasione Ajahn Chah aveva dato una risposta simile: “Mi è stato chiesto della mia pratica personale. In che modo preparo la mente alla meditazione? Non c’è nulla di speciale. Non faccio altro che tenerla lì dove sta sempre. Mi si chiede: allora sei un arhat [chi ha raggiunto uno stadio elevato di processo spirituale]? Che ne so? Io sono come un albero, pieno di foglie, fiori, e frutta. Gli uccelli vengono a mangiare e a fare il nido. L’albero però non conosce se stesso. Segue la sua natura; è come è”. AJAHN CHAH, A Still Forest Pool, trad. ital. I maestri della foresta, Roma 1989, Ubaldini Editore, p. 179.
Ricordo che una volta osai manifestare un grave dubbio circa il cammino da intraprendere: avrei dovuto seguire la via elevata dell’arhat8, oppure aspirare alla visione del bodhisattva9?
La mia mente era così tormentata dal dubbio, che non riuscivo più a dormire la notte e cercavo una risposta leggendo testi buddhisti, ma senza alcun profitto. Quando Ajahn Sumedho tradusse in thailandese la mia domanda, Luang Por Chah, che sedeva comodamente nel salone del vihára10 di Hampstead, a Londra, prese il suo bastone da passeggio con la spontaneità di un maestro Zen e tracciò una circonferenza sul tappeto, poi tracciò un’altra linea che l’attraversava senza oltrepassare i limiti del cerchio. E disse: “Fendi il dubbio. L’arhat fende (direttamente) il ciclo della nascita e della morte”. Come dire: “Puoi farcela”. Poi sorrise con calore.
Fu per me l’inizio di una crescente comprensione che proseguì negli anni successivi: ciò che dovevo fare era non solo fendere il ‘grande dubbio’ che si manifestava nella fissazione su chi sarei dovuto essere, su quali metodi avrei dovuto seguire, su quale fosse l’ideale più nobile e altre ossessive preoccupazioni di carattere oggettivo. La soluzione stava nel fendere il dubbio stesso direttamente, soggettivamente, in modo da seguire con immacolata dedizione la linea retta della libertà in un campo di certezza aperta, con una pratica e un’attività di servizio diretta e senza limitazioni, indipendente dalle difficoltà che all’inizio sembrano insormontabili. Iniziai ad avvertire pienamente il potere soggettivo e la bellezza dell’autentico cammino dell’arhat, entrando nella dinamica energia di una straordinaria condizione di pace. Quell’incontro con il maestro, dunque, lasciò un’impressione indelebile su di me, divenne un punto di riferimento indispensabile, di grande aiuto, che ha sempre rafforzato il senso di dedizione non ostruita alla pratica. Ajahn Chah era di grande esempio, poiché praticava volentieri insieme ai suoi discepoli, durante i pasti, durante i canti e nelle sedute di meditazione della mattina e della sera. La sua puntualità e la sua presenza creavano un senso di armonia e di unità nel Sangha. Quando gli capitava di dover lasciare per un po’ il monastero, raccomandava ai monaci di fare attenzione alle discussioni e alle discordie dicendo col suo stile diretto: “Non permettete ai cani di cacare nel monastero!”.
La sua semplicità, la sua capacità di insegnare oltre le barriere linguistiche e culturali ha attratto molti discepoli occidentali. Oggi i monasteri buddhisti Theraváda della tradizione dei “Maestri della Foresta” sono diffusi in molti paesi occidentali (Gran Bretagna, Australia, Svizzera, Nuova Zelanda, Italia e California), dove seguono la supervisione di Ajahn Sumedho. Sono nati unicamente dalle donazioni, nel modo in cui il Sangha è stato sostenuto per oltre 2500 anni. Con una comunità laica che provvede al suo sostegno materiale, la comunità monastica può dedicarsi a coltivare una vita retta e a realizzare la Verità.
Le comunità monastiche e laiche si sostengono, equilibrano e nutrono reciprocamente, in un modo che è di beneficio per tutti.
Mi ritengo molto fortunato ad aver incontrato, nel 1977, Ajahn Sumedho, in lui ho trovato una vera guida spirituale. Quella che in alcune tradizioni viene definita il “guru radice”, il primo maestro, in grado di scacciare le tenebre dell’ignoranza dalla mente del discepolo e infondere la luce sul suo cammino.
Trascorsi con lui i primi sette anni di vita monastica (due di noviziato e cinque come bhikkhu), dopodichè mi offrii di andare in Nuova Zelanda per aiutare Ajahn Viradhammo a fondarvi un monastero.
8 Vittorioso, colui che ha conseguito la liberazione.
9 Bodhisattva: sanscrito; in páli Bodhisatta. Nel buddhismo Maháyána il bodhisattva è colui che rinuncia a una liberazione individuale per la liberazione di tutti gli esseri, mosso da grande compassione (mahákaruãá). Nella tradizione antica il termine Bodhisattva si riferisce solitamente al Buddha prima dell’illuminazione, sia nelle vite precedenti che in questa vita.
10 Dimora per i monaci, monastero.
Durante il viaggio, mi fermai in Thailandia. Era la prima volta che visitavo un paese buddhista e vi arrivammo in un giorno molto fausto, il giorno del Vesak (in cui si celebra la Nascita, l’Illuminazione e il Parinirvána del Buddha, lo stato di Totale Liberazione dai limiti dell’esistenza raggiunto da un Illuminato al momento della morte fisica.). In quella occasione potei incontrare di nuovo Ajahn Chah, ormai costretto a vivere su una sedia a rotelle, accudito da monaci che avevano fatto un corso da infermieri. Sapevo che Ajahn Chah si era ammalato subito dopo la sua ultima visita in Inghilterra, quando lo avevo incontrato per la prima volta, ma non ero preparato a vederlo in quelle condizioni, impossibilitato a muoversi. Non potevo fare a meno di ricordare la forza e la grazia da leone che lo avevano contraddistinto negli anni precedenti. Quando fui introdotto in sua presenza alzò il braccio sinistro come per dire: “Conosco questa persona”. Credo che quel semplice gesto di riconoscimento gli avesse richiesto un enorme sforzo, dal momento che il suo corpo era praticamente paralizzato. Lui stesso, quasi a prepararci a ciò che gli sarebbe accaduto, aveva detto: “Dopo la sua illuminazione il Buddha ebbe ancora malattie, provò dolore e piacere, ebbe ricordi, pensieri e coscienza, ma non si attaccò a queste cose né si identificò con esse in termini di io e di mio. Le riconobbe per quello che erano e anche colui che aveva conseguito tale conoscenza, divenne non–io, non–sé”. La sua malattia durò dieci anni, un lungo periodo in cui non poteva parlare, né muoversi, nè mangiare senza assistenza. Le sue cattive condizioni di salute sollevarono dubbi nella mente di molti circa la sua statura spirituale. Il protrarsi del processo degenerativo del corpo per anni sollevò anche il dilemma morale se mantenere le sue funzioni vitali o lasciare che la natura seguisse il suo corso permettendogli di morire.
In quei giorni mi ricordai particolarmente delle sue parole: “Fendi il dubbio, metti fine al ciclo di nascita e morte”. Ho sempre sentito che l’ultima parte della sua vita è stata altrettanto significativo del periodo precedente in cui esprimeva grande vitalità e potenza. Di ciò ho avuto una conferma personale durante la mia seconda visita in Thailandia, dopo un pellegrinaggio che avevo fatto in India nel 1988. Non vedevo l’ora di incontrarlo di nuovo e speravo che mi fosse concesso di far parte del gruppo che si prendeva cura di lui, in modo da potergli stare più vicino. Durante la mia visita all’International Forest Monastery (Wat Pah Nanachat) chiesi se ciò fosse possibile. In un caldo e assolato pomeriggio, aspettando una risposta, mi addormentai nella mia capanna e feci un sogno. Luang Por sedeva sulla sua sedia col bastone da passeggio accanto. Era proprio così come lo ricordavo, sorridente. Fui sorpreso di vederlo, come avvolto da un’aura di vibrante energia. Mentre mi inginocchiavo in segno di rispetto, fui attratto da una forza magnetica di incredibile potenza. Non feci nessuno sforzo per resisterle e improvvisamente sentii una esplosione di felicità all’altezza del cakra del cuore. Mi svegliai con questa grande sensazione di gioia. Era stato un semplice sogno, ma di quale bellezza e formidabile energia!
Poco dopo mi fu comunicato che ero stato accettato nel gruppo di assistenza, così ebbi la grande fortuna di accudire Luang Por Chah per circa due settimane ed esprimere così la mia gratitudine e devozione. Potei anche meditargli accanto e tenergli la mano per ore, mentre ci guardavamo l’un l’altro con un senso di mutua riconoscenza, una cosa che non avrei mai potuto provare in altre circostanze. In quei momenti ho scoperto il dono più grande dell’insegnamento che il maestro ha dato a tutti noi. Prendersi cura del suo corpo era diventato un sentiero della pratica per molti suoi allievi! Ciò infuse in tutto il monastero una qualità nuova di mente e di cuore. Gentilezza, sollecitudine e compassione unite a una sensibilità profonda e sconfinata: questo era adesso l’insegnamento di Luang Por Chah. Un pomeriggio ebbi un’altra conferma di come Luang Por Chah fosse ancora una fonte di insegnamento. Mentre lo spingevo sulla sedia a rotelle intorno all’area del bungalow ove risiedeva, molte persone venute da tutta la Thailandia si inchinarono per rendergli omaggio. Iniziai a prestare particolare attenzione alle espressioni dei loro volti mentre lo guardavano ridotto in quelle condizioni. In ciascuno di loro suscitava compassione a diversi livelli: qualcuno piangeva, altri diventavano particolarmente calmi e silenziosi, esprimendo l’atmosfera e l’energia di cui quel luogo era permeato. Ajahn Chah era, anche in queste condizioni, uno specchio limpido in cui la gente poteva vedere riflessa la propria stessa capacità di comprendere la natura condizionata di tutte le cose. Ci sono molti racconti di eventi insoliti collegati con manifestazioni della mente del Maestro durante i dieci anni di malattia. È apparso in sogni, durante guarigioni e, secondo le testimonianze di alcune persone, anche con una precisa forma fisica. Poco prima di andarmene, mi fu detto da Ajahn Jun, un anziano monaco thailandese, che l’apertura di un vihára in Italia avrebbe ricevuto la benedizione di Ajahn Chah.
Mi sembra estremamente importante andare oltre le apparenze e le convenzioni della forma fisica per comprendere lo scopo ultimo dell’esistenza. Che cosa fa la mente di un illuminato se non esprimere la sua vera natura a beneficio di tutti gli esseri viventi?
Credo che Ajahn Chah abbia perfettamente mostrato la natura del cammino della pratica spirituale, bruciando completamente ogni karma residuo, abbandonandosi corpo e mente al Dhamma, per offrire il frutto della propria pratica a tutti gli esseri. Ora ci rimane il suo insegnamento forte come il barrito di un elefante nella foresta.
“Il Buddha ci ha esortati a vedere le cose per come sono e a rinunciare ad ogni attaccamento.
Il Buddha ci ha detto di rinunciare a tutto ciò che manca di una sostanza reale e permanente.
Il Buddha ha insegnato a cercare rifugio nel proprio cuore.
Il Buddha insegna che nessun essere a questo mondo, ricco o povero, giovane o vecchio, umano o animale, può conservare a lungo il proprio stato. Cambiamento e perdita sono esperienze universali.
Il Buddha ha detto che possiamo contemplare il corpo e la mente fino a scorgerne l’impersonalità, sino a capire che né l’uno né l’altra sono me o mie.
Il Buddha ci ha insegnato a perlustrare attentamente il corpo, dalla pianta dei piedi alla cima della testa e poi a ritroso, dalla testa ai piedi”.
Ajhan Chah
I Maestri preservano il passato, rivelano il presente e creano il futuro…
I Maestri della vita
I Maestri della vita ci insegnano
a camminare sul filo
e camminando sul filo imparano
a non perdere l’equilibrio.
I Maestri della vita ci insegnano
a costruire la sfera
e sospesi nel centro imparano
a rotolare nel nulla.
(Cristina Martire)
IL MAESTRO E’ CON TE
Quando senti che tutti sono contro di te
Quando ti senti rompere dentro
Quando senti che la vita ti sta ferendo a morte
Ricorda, il Maestro è con te.
Quando pensi che tutto il mondo ti sia nemico
Quando pensi che la tua anima non abbia più luce
Quando pensi che la paura sia tua compagna
Ricorda, il Maestro è con te.
Quando deciderai di “farla finita” con questa vita
Quando camminando per la strada,
non vedrai il volto della gente.
Quando camminando nella natura
non troverai la luce
Ricorda, il Maestro è con te.
Quando diventerai cieco, sordo e muto
Quando il tuo corpo non avrà più vita
Ricorda, il Maestro è con te.
(Aura)
Dialogo con il Maestro
“Maestro, sono triste e malato.
Insegnami quel che devo sapere”.
“Figlio mio non c’è nulla da insegnare,
né al di sopra, né al di sotto”.
“Maestro, io soffro. Sii la mia guida.
Certo la Via è sgombra.
Mostrami i gradini che devo salire
Per giungere alla libertà, ora e qui”.
“Figlio mio, se non posso fare di meno
Tuttavia non posso fare di più.
Infatti ognuno troverà da solo il fiume
E arriverà all’altra sponda. I gradini sono molti. Primo, guarda
per vedere le cose come sono
accettando ciascuna come è veramente,
una goccia di rugiada o una stella,
Quindi sappi che tutto è di tutto,
del cielo, della terra o dell’inferno.
Tutto il bene è male, il male bene,
E tutto, figlio mio, è buono!”.
“Camminare senza sosta è arduo:
Più arduo ancora è incominciare!”.
“Col cuore e con la mente sforzati tuttavia
Di raggiungere la visione interiore.
Il sé che tu ami è solo una nebbia,
trasudata dalla mente
per offuscare la compassione del cuore
per tutta la vita e tutta l’umanità.
Il Sè, la luce senza nome,
È lo specchio della Vacuità.
È, l’abbiamo e non l’abbiamo,
corrotto e incorrotto.
E ora andiamo avanti. Io non guido.
Viaggiamo a fianco a fianco
Finché il cuore sarà l’amore stesso,
E l’amore stesso sarà morto”.
“Maestro, il tuo dito indica la Via;
La tua saggezza è mia amica.
Ma quando finirà il viaggio lungo e faticoso?”.
“Figlio mio, non c’è fine”…….
Affidati
Affidati al messaggio del maestro, non alla sua personalità
Affidati al senso, non alle parole
Affidati al senso reale, non a quello temporaneo
Affidati alla tua mente di saggezza, non a quella ordinaria che giudica.
(Il Buddha)
IL VERO MAESTRO…
Quando avrai scoperto chi sei…
Sarai tu il tuo solo maestro,
chi altri potrà mai guidarti?
Perciò, diventa padrone di te stesso,
e scopri il tuo maestro interiore…
Proprio come una dura pietra
viene tuttavia spezzata dal diamante,
così, colui che è consapevole,
è spezzato dal male ch’egli stesso compie.
Proprio come un albero è soffocato
dai rampicanti ch’esso stesso nutre,
così colui che è inconsapevole
è soffocato dal male che lui stesso fa.
Facendo del male, corrompi te stesso,
ma facendo del bene, ne verrai purificato.
Tu sei la fonte della tua stessa purezza,
nessuno può purificare un’altra persona.
( Dhammapada – Libro XII – v. 160 –161 –165)
Tu sei il tuo maestro
Tu sei il tuo maestro. Cercare altri maestri non può risolvere i tuoi dubbi. Investiga te stesso per trovare la verità – dentro, non fuori. Conoscere te stesso è molto importante.
(Ajahn Chah)
Fare
Tu devi fare ciò che ti spetta; coloro che hanno raggiunto la meta possono solo mostrarti la via.
(Il Buddha)
La mente crea…
Voi siete gli artefici della vostra condizione, passata, presente e futura. La felicità o la sofferenza, dipendono dalla mente, dalla vostra interpretazione, non dipendono dagli altri, da cause esteriori o da esseri superiori. Ogni problema e ogni soddisfazione è creato da voi, dalla vostra mente.
(Il Buddha)
La percezione
In quel che è visto, ci sia solo il visto;
In quel che è percepito, ci sia solo il percepito;
In quel che è pensato, ci sia solo il pensato.
(Il Buddha)
Vedere realmente
L’occhio, o praticanti, è impermanente. E ciò che è impermanente è insoddisfacente. Ciò che è insoddisfacente è senza sostanza. E ciò che è senza sostanza non è “mio”, non è “io”, non è me stesso. Ecco come osservare l’occhio con saggezza, come è realmente. Vedendo ciò, o praticanti, il nobile discepolo bene istruito ne ha abbastanza dell’occhio, dell’orecchio, del naso della lingua, del corpo e della mente. Essendo ormai sazio non prova più passione per essi. Essendo senza passione per questi sensi, si sente libero. In questa libertà nasce la comprensione di essere liberato.
(Il Buddha)
Osservare
Impara dunque ad osservare con vigile consapevolezza tutto ciò che accade dentro di te e nulla ti potrà imprigionare. E come un praticante è possessore di vigile consapevolezza?
È calmo e vigilante nell’alzarsi e nel camminare;
È calmo e vigilante nell’andare e nel venire;
È calmo e vigilante nel vedere e nell’osservare;
È calmo e vigilante nel cibarsi e nel bere; nel masticare e nel gustare;
È calmo e vigilante nello svuotarsi di feci e urina;
È calmo e vigilante nel fermarsi, nel sedersi, nell’addormentarsi, nel destarsi, nel parlare, nel mantenere il silenzio.
(Il Buddha)
Le parole
Le parole hanno il potere di distruggere o di guarire. Quando le parole sono insieme vere e benevole, possono cambiare il nostro mondo.
La sofferenza
La nascita è sofferenza, la vecchiaia è sofferenza, la morte è sofferenza; Tristezza, lamenti, dolore fisico e mentale, angoscia sono sofferenza; la separazione da ciò che piace è sofferenza, non poter avere ciò che si desidera è sofferenza.
(Il Buddha)
Il Kamma
Praticanti, è la volizione (cetana) che io chiamo kamma. Avendolo voluto, un uomo agisce con il corpo, la parola e la mente. La volizione è la costruzione mentale, l’attività mentale. La sua funzione è di dirigere la mente nella sfera delle attività buone, cattive o neutre.
(Il Buddha)
Il saggio
Come una fiamma trascinata dal vento si estingue, raggiungendo ciò che nessuno può definire, il saggio silenzioso, liberato da nome e forma, va verso la meta, raggiunge lo stato che nessuno può definire. Quando tutte le condizioni sono eliminate, si eliminano anche tutti i modi di esprimersi.
(Il Buddha)
Le tre caratteristiche (anicca, dukka, anatta)
Tutte le cose condizionate sono impermanenti
Tutte le cose condizionate recano sofferenza
Tutti i Dhamma sono senza Sé
(Il Buddha)
…
Tutto ciò che ha un inizio ha una fine.
Mettiti il cuore in pace e andrà tutto bene.
L’attimo presente
Oggi è l’inizio di un nuovo giorno.
Ieri è un ricordo
E domani è l’ignoto.
Adesso c’è il conoscere.
(Achaan Sumedho)
…
Respira sei vivo
L’appuntamento con la vita è nel momento presente.
Il luogo dell’appuntamento è qui, proprio qui.
Respira e sai che sei vivo.
Respira e sai che tutto ti aiuta.
Respira e sai di essere il mondo.
Respira e sai che pure il fiore respira.
Respira per te stesso e respiri per il mondo.
Inspira compassione ed espira gioia.
Respira e sii uno con l’aria che respiri.
Respira e sii uno col fiume che scorre.
Respira e sii uno con la terra che calpesti.
Respira e sii uno col fuoco che arde.
Respira e interrompi il pensiero di nascita e morte.
Respira e vedi che l’impermanenza è vita.
Respira per la gioia di essere stabile e calmo.
Respira per il dolore che scivola via.
Respira per rinnovare ogni cellula del tuo sangue.
Respira per rinnovare la profondità della coscienza.
Respira e prendi dimora nel qui e ora.
Respira e ciò che tocchi sarà nuovo e reale.
(Annabel Laity)
La chiara visione
La chiara visione è la comprensione diretta e penetrante dei tre caratteri dell’esistenza, cioè impermanenza, dolore e impersonalità. La natura della chiara visione è di essere libera dal desiderio, dall’avversione e dall’illusione e di vedere chiaramente tutte le cose del mondo interno ed esterno come fenomeni, cioè come processi impersonali. La pura attenzione è la chiara e sicura consapevolezza di ciò che realmente avviene a noi ed in noi nei successivi momenti di percezione. La pura attenzione consiste in una pura ed esatta registrazione dell’oggetto. È detta pura, poiché riguarda appunto i puri fatti di una percezione in quanto rivelati sia mediante i cinque sensi fisici, sia mediante la mente che, per il pensiero buddhista, costituisce il sesto senso. La pura attenzione riguarda soltanto il presente. Essa insegna ciò che tanti hanno dimenticato: vivere con piena consapevolezza del qui e dell’ora. Ci insegna ad affrontare il presente senza cercare di rifugiarsi nei pensieri sul passato e sul futuro. Passato e futuro sono, per la coscienza ordinaria, non oggetti di osservazione ma di riflessione.
(Nyanaponika Thera)
Le tre radici della sofferenza
Tre sono le radici della sofferenza: la rabbia, l’illusione il desiderio.
Chi vede l’incertezza delle cose, vede la realtà immutabile che le sottende. Tutto è incerto.
(Achaan Chah)
Impara a rispondere alle situazioni, non a reagire.
Soppesa nel cuore i veri vantaggi del perdono e del risentimento. Poi scegli.
Vivi pienamente ogni tua azione, come se fosse l’ultima.
Se non è dominato il corpo, la mente non sarà dominata.
Se è dominato il corpo, la mente è dominata.
Poiché i processi mentali saranno chiari solo a chi ha compreso il corporeo con assoluta chiarezza. Ogni tentativo di comprendere i processi mentali si dovrebbe fare solo attraverso la comprensione del corporeo, non diversamente.
(Nyanaponika Thera)
La caratteristica
Dobbiamo portare la nostra attenzione al corpo stesso, riflettendo sulla sua natura. Il corpo è in continuo cambiamento, è nato e morirà; questa è la caratteristica di tutti i fenomeni, sia mentali che fisici. Il pensiero, la memoria, la coscienza, hanno tutti la stessa caratteristica di cominciare e finire, di nascere e morire.
(Achaan Sumedho)
Il cuore del Buddhismo
Rinunciare al male, praticare il bene. Ecco il cuore del buddhismo. Sabba papassa akaranam: non commettere azioni nocive con il corpo, la parola o la mente. Ecco la retta pratica, l’insegnamento del Buddha.
(Achaan Chah)
Il pensiero
Non tentare di fermare il pensiero, lascia che si fermi da solo. Se qualcosa entra nel campo della tua mente, lascialo entrare e poi lascialo uscire. Non rimarrà a lungo. Se tenti di fermare il pensiero, significa che ne sei disturbato. Non farti disturbare da niente.
(Shunryu Suzuki Roshi)
Risolvere il problema alla radice
Devi eliminare il pensiero della completa avversione alla sofferenza e devi generare il pensiero di essere felice di sperimentare i problemi. La radice del problema è la nostra mente egoista. Quando ti imbatti in situazioni deprimenti e indesiderabili, pensa ripetutamente al grande svantaggio del considerarle solo come circostanze negative. Ci sono situazioni che puoi gestire e altre, invece, che devi accettare come sono. Finché assecondi il desiderio, se osservi la natura della tua mente, puoi vedere che manca sempre qualcosa. Seguire il desiderio di per sé è già sofferenza. Assecondare il desiderio e non essere soddisfatti, costituisce la vera origine dei problemi. Per trasformare i problemi in felicità non è sufficiente capire solo che i problemi aiutano la tua pratica della virtù. Non è sufficiente. Devi comprendere chiaramente che i tuoi problemi sono una condizione indispensabile alla tua pratica. Cercando di smettere di provare dell’avversione per i problemi e, al contrario, cercando di apprezzarli, la mente sarà più felice. Credendo intensamente che sperimentare un problema sua una situazione gioiosa, i tuoi sensi non ne risentiranno e la tua mente non ne sarà turbata e sarai in grado di passare indenne attraverso ogni ostilità. Tutto ciò che esiste dipende dal desiderio. La sofferenza più intensa degli inferni e la felicità suprema della mente onnisciente, derivano dalla tua mente. Considerare benvenute le situazioni avverse è una delle pratiche più potenti della trasformazione del pensiero. E’ il modo di trasformare la sofferenza in felicità.
(Lama Zopa Rimpoce)
Il distacco
Il dolore è causato dall’attaccamento alle condizioni permanenti, per questo la mente distaccata è la meta del sentiero buddhista.
(Achaan Sucitto)
Prendere rifugio
Il primo rifugio è nel Buddha in quanto personificazione della conoscenza. Prendere il Buddha come simbolo è molto utile per evocare la qualità personificata della saggezza. Prendere rifugio nel Buddha, non significa prendere rifugio in un profeta storico, ma nella saggezza dell’universo, della nostra mente; in ciò che non è separato da noi ma è più reale di qualunque altra cosa che possiamo concepire con la mente o sperimentare con i sensi. La Via dell’illuminazione non sta nell’escludersi da ciò che è spiacevole, ma imparare a conoscere ciò che sentiamo difficile o doloroso.
(Achaan Sumedho)
Le emozioni
Il riconoscimento delle emozioni come semplici fenomeni mentali è il primo modo di trattare con esse e, perciò, di liberarsene. L’esperienza della vacuità consente di riconoscere l’emozione e, avendone riconosciuta la natura vuota, l’emozione si dissolve sa sé.
(Lama Denis Tendrup)
Il vero amore
L’amore non ha il desiderio di possedere sapendo bene che, in senso ultimo, non c’è né ciò che è posseduto, né chi possiede. Questo è l’amore più grande. La compassione rimuove ciò che ci rende ciechi, dischiude la porta che conduce alla libertà, rende il cuore ristretto ampio come il mondo.
(Nyanaponika Thera)
Il Buddha ci ha insegnato
Ignoranza è l’idea di unità, di permanenza, di fermezza, di perpetuità, di felicità, di sé, di essere, di ente, di creatura, di uomo, di io e mio.
Il Buddha ci ha esortati a vedere le cose per come sono e rinunciare ad ogni attaccamento.
Il Buddha ci ha detto di rinunciare a tutto ciò che manca di una sostanza reale e permanente.
Il Buddha ha insegnato a cercare rifugio nel proprio cuore.
Il Buddha insegna che nessun essere a questo mondo, ricco o povero, giovane o vecchio, umano o animale, può conservare a lungo il proprio stato. Cambiamento e perdita sono esperienze universali.
Il Buddha ha detto che possiamo contemplare il corpo e la mente fino a scorgerne l’impersonalità, sino a capire che né l’uno né l’altra sono me o mie.
Il Buddha ci ha insegnato a perlustrare attentamente il corpo, dalla pianta dei piedi alla cima della testa e poi a ritroso, dalla testa ai piedi.
(Achaan Chah)
La mente
La mente è la fonte di ogni bene e di ogni male che sorge dentro di noi e che ci accade all’esterno.
(Nyanaponika Thera)
Aprire il cuore
Per aprire il nostro cuore come quello di un Buddha, dobbiamo abbracciare le diecimila gioie e i diecimila dolori.
Tutto è transitorio ed è impermanente nel senso che non può essere altrimenti. Basta capire questo per cogliere il nocciolo del Dhamma, del vero Dhamma.
(Achaan Chah)
La libertà
La libertà giunge quando seguiamo la nostra natura di Buddha, la naturale bontà del nostro cuore.
La salute
La salute è il dono più grande, l’appagamento la maggiore ricchezza, la lealtà il rapporto migliore.
…
I sei sensi
Con la base dei sei sensi il contatto sorge; con la base del contatto la sensazione sorge; con la base della sensazione la bramosia sorge.
Provando le sensazioni del corpo e comprendendo che ogni cosa è impermanente, non reagite più con bramosia e avversione e rimanete equanimi.
(Satya Narayan Goenka)
Essere in Pace
Devi stare in pace con tutto, con la gente con la quale vivi, nei luoghi in cui vivi, con la società di cui sei parte. Ma più di tutto devi stare in pace con te stesso. Questa è la grande lezione da imparare nella vita.
(Achaan Sumedho)
La retta comprensione
La retta comprensione si sviluppa vedendo l’impermanenza, la sofferenza e la vacuità di ogni cosa, ciò che porta a distacco e a una minore bramosia. Distacco non è avversione. Esamina la sofferenza, vedine le cause e poni fine ad esse ora, piuttosto che stare ad occuparti dei loro effetti. Il retto sforzo non è lo sforzo di far si che avvenga qualcosa in particolare. È lo sforzo di essere consapevoli e vigili in ogni momento, lo sforzo di prevalere su indolenza e contaminazione, lo sforzo di fare che ogni attività della nostra giornata sia meditazione.
(Achaan Chah)
Lascia andare
Lascia andare anche il desiderio di spiegare agli altri. Essere entusiasti ci porta a imporre ciò che ci entusiasma; in meditazione impariamo invece a lasciar andare il desiderio di influenzare gli altri fino a che si presenti l’occasione giusta che avverrà naturalmente.
(Achaan Sumedho)
La vita è un sogno
Riconosci costantemente la natura di sogno della vita e riduci attaccamento e avversione. Pratica la bontà verso tutti gli esseri. Sii amorevole e compassionevole, indipendentemente da come gli altri si comportano verso di te. Ciò che essi fanno non ha importanza, se lo vedi come un sogno. Il trucco è coltivare motivazioni positive durante il sogno. Questo è il punto essenziale. Questa è la vera spiritualità.
(Chagdud Tulku Rimpoce)
Niente da ottenere o da realizzare.
Poiché tutte le cose sono pure, prive di qualunque macchia, non c’è niente da ottenere o da realizzare. La pratica quotidiana consiste semplicemente nello sviluppare una completa accettazione e apertura nei confronti di ogni situazione, persona ed emozione. Un’accettazione totale, un’apertura a tutte le situazioni, le persone e le emozioni, uno sperimentare pienamente ogni cosa senza blocchi né riserve, in modo da non tirarsi mai indietro e non ripiegarsi su sé stessi.
(Chogyam Trungpa Rimpoce)
La meditazione
L’errore innocente che ci tiene catturati nel nostro particolare stile di ignoranza, mancanza di gentilezza e chiusura è che noi non siamo mai incoraggiati a vedere chiaramente le cose cosi come sono con gentilezza. La meditazione è vedere chiaramente il corpo che noi abbiamo, la mente che noi abbiamo, la situazione familiare che abbiamo, il lavoro che abbiamo, le persone che sono presenti nella nostra vita. E’ vedere come noi reagiamo a tutte queste cose; vedere le nostre emozioni e i nostri pensieri così come essi sono adesso, proprio in questo momento, proprio in questa stanza, proprio su questa sedia. Non è cercare di mandarli via, ma vederli chiaramente con precisione e gentilezza.
(Pema Chodron)
La realtà
In realtà ogni fenomeno è vuoto di esistenza a sé stante. Pratica la pazienza e immediatamente troverai la tranquillità, il rilassamento e molta soddisfazione. Come quando il cuore smette di funzionare, la vita cessa, così la collera uccide la liberazione. Quando sei afflitto da un problema, pensa anche alla sofferenza degli esseri umani.
(Lama Zopa Rimpoce)
Essere pronti
Quasi tutti muoiono impreparati a morire, così come hanno vissuto impreparati a vivere. (Sogyal Rimpoce)
Metta (benevolenza)
Generando Metta verso di noi, sviluppiamo pace per noi stessi e per le nostre condizioni fisiche e mentali. Cresciamo in presenza mentale e consapevolezza, siamo più svegli al mondo in cui le cose sono. La saggezza si sviluppa, consentendoci di vedere quanti problemi inutili creiamo seguendo per forza di inerzia le abitudini.
(Achaan Sumedho)
E dopo……
Dopo la sua illuminazione il Buddha ebbe ancora malattie, provò dolore e piacere, ebbe ricordi, pensieri e coscienza, ma non si attaccò a queste cose né si identificò con esse in termini di io e di mio. Le riconobbe per quello che erano e anche colui che aveva conseguito tale conoscenza, divenne non – io, non – sé.
(Achaan Chah)
La saggezza
Solo ciò che la consapevolezza contempla, la saggezza conosce.
(Paramatthajotika)
La collera
Se la tua mente è dominata dalla collera, perderai, del cervello umano, proprio la parte migliore: la saggezza, la capacità di discernere tra ciò che è giusto e ciò che non è giusto. Quello della collera è il problema più serio che abbiamo oggi di fronte. (Dalai Lama)
Nemico di se stesso
Gli uomini si precipitano nella sofferenza per sfuggire alla sofferenza; desiderosi di felicità, essi distruggono, offuscati, la loro stessa felicità, quasi come fossero nemici di sé stessi.
(Shantideva)
L’insegnamento
Sabbadanam dhammadanam jinati
Il dono del Dhamma sopravanza ogni altro dono.
Io-Mio
Ogni volta che in una cosa qualsiasi c’è il senso dell’io e del mio, sembra che ciò generi sconcerto, incertezza, dubbio, senso di colpa, paura o ansia.
(Achaan Sumedho)
Lasciare andare
Fate qualsiasi cosa con una mente che lascia andare. Non aspettate alcuna lode o ricompensa. Se lasciate andare poco, avrete poca pace. Se lasciate andare molto, avrete molta pace. Se lasciate andare completamente, conoscerete una completa pace e libertà. I vostri conflitti col mondo avranno fine.
(Achaan Chah)
Smettere di lottare
Equanimità significa l’assenza di lotta. Una volta un elefante grande e grosso si buttò in una pozzanghera per rinfrescarsi. Naturalmente rimase impantanato e quanto più si divincolava tanto più affondava. Divincolarsi è inutile, peggiora soltanto le cose. La pace può venire soltanto quando smettiamo di lottare con gli opposti. La via di mezzo non ha inizio e non ha fine, cosicché non c’è bisogno di andare lontano lungo questa via per trovare la pace. La via di mezzo non è soltanto la via alla pace, essa è anche la via della pace.
(Maha Ghosananda)
Comprendere
Comprendere la sofferenza vuol dire accettare la sofferenza piuttosto che cercare soltanto di liberarsi di essa negandola, o dandone a qualcuno la colpa. Possiamo vedere che la sofferenza ha una causa che dipende da certe condizioni: le condizioni e i condizionamenti della mente che abbiamo creato o che ci sono stati istillati dalla nostra cultura o dalla nostra famiglia. La nostra esperienza di vita e questo processo di condizionamento sono cominciati il giorno che siamo nati…
(Achaan Sumedho)
L’Unità
Nell’unità della vita non vi è un sé separato, indipendente dall’interrelazione con l’intera vita.
(Sunim Tae Hye)
La compassione
Un cuore compassionevole prova costantemente compassione e ciò per il fatto che la sofferenza tocca a tutti. È il messaggio della prima Nobile Verità dell’insegnamento del Buddha. Non c’è nessuno che sia senza sofferenza perché la vita, l’esistenza è sofferenza.
(Ayya Khema)
Metta
Se pratichi la vera meditazione di Metta, devi sviluppare l’aspirazione che tutti gli esseri, senza alcuna discriminazione, possano essere felici con il tuo amore.
(Rewata Dhamma)
Nascita e morte
I sensi e il mondo sensoriale sono il reame di nascita e morte.
(Achaan Sumedho)
Il vero rifugio
Attahi attano natho
Siate rifugio a voi stessi
(Buddha)
Il veicolo
Avendolo letto sui libri, potrebbe venirvi voglia di provarci anche voi. Volete fare come il Buddha, ma non avete considerato che avete in dotazione una semplice utilitaria. Quella del Buddha era un’autentica fuoriserie, poteva farcela con una sola tirata. Con la vostra piccola vetturetta, come pensate di poter fare altrettanto? Non c’è proprio paragone.
(Achaan Chah)
Coltivare la mente
Poiché la mente può essere qualsiasi cosa tu decidi che divenga e poiché essa tende alle abitudini con cui convive, fai attenzione a quali abitudini accogliere nella tua vita. Sviluppa l’abitudine di meditare su un’affettuosa benevolenza per tutti. In tal modo, la tua mente inclinerà all’affettuosa benevolenza e potrà rinunciare alla malevolenza. Sviluppa l’abitudine di meditare sulla compassione per tutti. In tal modo la tua mente inclinerà alla gioia compartecipe e rinuncerà alle antipatie e agli antagonismi. Sviluppa l’abitudine di meditare sull’equanimità. In questo modo la tua mente inclinerà all’equanimità e rinuncerà all’ansia e all’inquietudine. Sviluppa l’abitudine di meditare sulla disintegrazione e sulla morte. In questo modo la tua mente si abituerà a questi aspetti della realtà e cesserà di attaccarsi ciecamente e disperatamente alla sola integrazione, alla vita e ai desideri. Sviluppa l’abitudine di meditare sull’insicurezza e sul fluire delle cose. In tal modo la tua mente si abituerà al costante cambiamento e cesserà di attaccarsi ciecamente e disperatamente alla sicurezza e all’orgoglio di sé.
(Il Buddha)
Rispettare le altre religioni
Non si dovrebbe onorare solo la propria religione e condannare le religioni degli altri, ma si dovrebbero onorare anche le religioni degli altri. Così facendo, si aiuta la propria religione a crescere e si rende un servizio anche alle religioni degli altri. Comportandosi altrimenti, si scava la tomba alla propria religione e si danneggiano le altre. Chiunque onora la propria religione e condanna le altre, lo fa di certo per devozione verso la sua religione e pensa: “ voglio rendere gloria alla mia religione”. Ma, al contrario, così facendo, danneggia gravemente la sua religione. Pertanto la concordia è cosa buona: siate tutti disponibile ad ascoltare tutto e siate aperti alle dottrine professate dagli altri.
(Editto dell’Imperatore buddhista indiano Asoka)
La religione universale
Sono solito dire che la religione universale è l’amore compassionevole e se c’è una religione universale bisogna riconoscerla nella pratica del buon cuore. A qualsiasi religione una persona appartenga, mi sembra che la cosa più importante da fare sia praticare l’altruismo, l’amore e la compassione.
Ho sempre ritenuto che sia molto più vantaggioso avere a disposizione una varietà di fedi religiose e di filosofie, piuttosto che una singola religione o filosofia. Ciò è necessario in ragione delle differenti disposizioni mentali di ogni persona. Ciascuna religione possiede le proprie idee e tecniche, il cui apprendimento può soltanto arricchire la fede di ciascuno.
(Tenzing Gyatzo, XIV Dalai Lama)
Conoscenza e pace
Chi ha placati pensiero, parola e azione ottiene il liberante perfetto sapere e la pace.
(Il Buddha)
Il discernimento
Non fatevi guidare da dicerie, da tradizioni o dal sentito dire; non fatevi guidare dall’autorità dei testi religiosi, oggetti spesso di manipolazioni; non fatevi guidare solo dalla logica o dalla dialettica, né dalla considerazione delle apparenze, né dal piacere del filosofare, né dalle verosimiglianze, né dall’autorità dei maestri e dei superiori. Imparate da voi stessi a riconoscere quello che è nocivo, falso o cattivo e, dopo averlo osservato e investigato, avendo compreso che porta a danno e sofferenza, abbandonatelo. Imparate da voi stessi a riconoscere quello che è utile, meritevole e buono e, dopo averlo osservato e investigato, avendo compreso che porta beneficio e felicità, accettatelo e seguitelo.
(Il Buddha)
Il retto sforzo
Una persona molle e indolente non progredisce nella via spirituale; d’altra parte, una persona che si sforzi eccessivamente, presto si stanca e si scoraggia. Impara dunque a misurare le tue forze e a riconoscere le tue possibilità e conserva calma la mente e rilassato il corpo. Solo così otterrai beneficio nella vita spirituale.
(Il Buddha)
Calma la mente
Se lasci depositare dell’acqua torbida, diventerà limpida.
Se dai tempo di calmarsi alla tua mente sconvolta, anche la tua condotta diventerà limpida.
L’illuminazione
L’illuminazione è presente in ciascuno, ma se non c’è pratica essa non può venire manifestata, se non c’è realizzazione essa non può essere percepita. La pratica è essa stessa illuminazione e anche la risoluzione iniziale di cercare la Via già contiene in sé la completa e perfetta illuminazione. Non c’è illuminazione separata dalla pratica. È molto importante realizzare questo. Poiché la pratica è illuminazione, l’illuminazione è senza fine e la pratica è senza inizio.
(Dogen)
DIALOGO TRA L’AMORE E LA COLLERA
Di Ghesce Ciampa Ghyatso
AMORE: Collera, tu distruggi la gioia e la serenità di tutti gli esseri viventi. Entri nella mente di tutte le creature, dividendo gli amici e separando sempre più coloro che sono già in disarmonia. Se non puoi controllarti io, Amore, ti offro alla bocca della pazienza.
COLLERA: io, Collera, sono un eroe potente. Le virtù accumulate per tanti eoni posso distruggere in un istante e rendere agitati corpo e mente. Tu sei potente nella mente di tutte le creature viventi. Ti distruggerò definitivamente Amore.
AMORE: tu, chiamata Collera, sei matta e senza vergogna. Sviluppandoti come fuoco, in qualunque mente dimori, tu che crei guai e che bruci le radici della virtù, puoi essere pacificata dall’acqua dell’amore. Io, Amore, dono la felicità e la gioia.
COLLERA: io, Collera, sono dinamica ed eroica, poiché risiedo nella mente di tutti gli esseri, dominando i nemici e prendendomi cura degli amici e parenti. Tu, Amore, entri furtivamente come un ladro. Tu ed io dovremmo competere con la forza.
AMORE: tutti gli esseri saggi e buoni sostengono l’Amore; può darsi che tu trovi uno senza cervello che ti sostiene. È certo che perderai se ci mettessimo in competizione.
Quindi, avendo la comprensione dei difetti della collera, abbandonala. Riconoscendo il valore dell’amore, praticalo. Il malevolente fattore della collera provoca reazioni dannose. L’amore che ispira alla felicità altrui porta benefici. Per queste ragioni, sforzati sempre a coltivare l’amore. O mio amico, per favore, cerca di capire che la collera è veleno. Per favore, abbi pazienza con me, ho espresso qualunque cosa mi è venuta in mente, composta da un povero vagabondo di nome Ciampa.
Se arrivi ad una profonda comprensione dell’io, in quel momento puoi anche liberartene. Devi liberartene perché questo io esiste insieme a tutti gli esseri senzienti. La coscienza universale è dinamica, eppure, contemporaneamente, serena e tranquilla.
(Dainin Katagiri)
Khanti paramam tapo titikkha
La pazienza è la più alta disciplina
(Il Buddha)
La liberazione
Ho vagato in cerchio per nascite innumerevoli, cercando, ma non trovando, il costruttore di questo edificio. Penoso è, invero, il ripetersi di nascite.
O costruttore di edifici, sei stato scorto, infine. Non più potrai costruire il tuo edificio.
Tutte le tue travi inclinate si sono spezzate e in mille pezzi è frantumata la tua trave di colmo.
La mia mente ha ottenuto una libertà incondizionata, il termine è giunto di ogni brama.
(Il Buddha)
Le radici
Ogni cosa che cresce lentamente costruisce profonde radici.
(Zen)
Zazen
Quando siedo quietamente non facendo nulla,
la primavera giunge e l’erba cresce da sé.
(Zenrin Kushu)
La conoscenza
Nessun’altra conoscenza è necessaria per conoscere sé stesso, perché il sé è tutta la conoscenza. La lampada non richiede la luce di un’altra lampada per la propria illuminazione.
(Atmabodha)
Proteggi te stesso
Praticanti, colui che protegge sé stesso protegge gli altri.
Colui che protegge gli altri protegge sé stesso.
Praticanti, come fa a proteggere gli altri colui che protegge sé stesso?
Col portare avanti la meditazione, col coltivarla e col praticarla frequentemente.
Praticanti, come fa a proteggere sé stesso colui che protegge gli altri?
Con la pazienza, con l’innocuità, con la condizione della tenera premura.
Praticanti, in questo modo, colui che protegge gli altri protegge sé stesso.
Samyutta Nikaya – 169
L’amore per la verità
C’è una sola condizione, praticanti, che è molto utile per lo sviluppo del Nobile Ottuplice Sentiero. Qual è questa condizione? Essa è l’amore per la verità.
(Il Buddha)
La vera pace
E’ buffo vedere come la gente soffre, si dispera e si rattrista in occasione di una morte, mentre si rallegra e sorride di fronte ad una nascita. Tutto ciò è pura illusione… la vera pace non esiste da nessuna parte di questo mondo. I poveri non hanno pace, ma nemmeno i ricchi. Gli adulti non hanno pace, i bambini non hanno pace, gli ignoranti non hanno pace e gli eruditi non hanno pace. La pace non esiste. Così è la natura del mondo.
(Achan Chah)
Solo
Avendo evitato il bosco delle opinioni, quando raggiungi una radura, prendi il sentiero dritto. Con la tua sola conoscenza non guidato da altri. Va solo come un rinoceronte.
(Il Buddha)
I PRINCIPALI INSEGNAMENTI ZEN INCISI SUL KYOSAKU
Tratto da “Il vero Zen” del maestro Taisen Deshimaru.
Dobbiamo saper vedere nel nostro essere autentico.
Se non concentriamo il nostro spirito su un pensiero, affiorerà il vero spirito.
Il corpo del Buddha entrerà nei nostri spiriti e nostri spiriti si uniranno al suo.
Se cercherete di afferrare la luna in un fiume, non vi sarà possibile farlo.
Non dobbiamo arrestare i pensieri illusori, né cercare la verità.
Gli elefanti non giocano come i conigli e noi non dobbiamo criticare il cielo guardandolo da un pertugio.
Dobbiamo vivere sempre al di sopra delle nubi, sulla sommità della montagna, così l’uragano infurierà sotto di noi.
Se praticheremo zazen, non saremo ricoperti dalla polvere della strada ordinaria, ma vivremo nel piccolo tempio di una valle profonda.
Le nubi stanno in cielo, l’acqua nella bottiglia.
Dobbiamo trasformare questo sacco di pelle putrido, dobbiamo schiacciare il demonio che è in noi, con il bastone.
Si prosciuga il mare, solo il fondo resta; muore l’uomo, solo lo spirito rimane.
Scegliendo una cosa, perdiamo le altre.
L’universo somiglia ad una bolla nel mare.
…
Tu sei il Buddha
“Se incontri un Buddha per strada uccidilo”
Significa che se riuscite a trovare il Buddha e pensate: “Ecco, è questo, il Buddha è fatto proprio così”, allora fareste meglio a uccidere quel Buddha che avete trovato e che siete sicuri essere così e colà.
(Pema Chodron)
INSEGNAMENTI
I tre Gioielli
di Giuliano Giustarini
Monache e monaci, seduti nella sala di meditazione, rivolti verso un’enorme statua del Buddha, ricevono le prime luci dell’alba; le loro voci intonano un canto lento e pacificante. Uomini e donne, con la testa rasata e abiti estremamente semplici, offrono il loro risveglio quotidiano a un soave raccoglimento.
Questa tranquilla atmosfera segna, nei monasteri buddhisti, l’inizio di una nuova giornata. Al mattino, quando il cielo è ancora buio, i monaci si recano nella sala principale del monastero e lì rendono omaggio ai Tre Gioielli, cioè al Buddha, al Dhamma e al Sangha. Questo omaggio ha inizio con un triplice inchino, che rappresenta la presa di rifugio nei Tre Gioielli; poi seguono i canti, intervallati da un periodo di meditazione in silenzio.
A chi si inchinano queste persone? In cosa si rifugiano? E in che modo questa presa di rifugio ha a che fare con quella saggezza e quella consapevolezza che liberano l’uomo dal dolore esistenziale?
La presa dei rifugi è un fattore essenziale nel cammino di crescita proposto dal buddhismo e deve perciò essere compresa in profondità : soltanto se viene fatta con una motivazione chiara e autentica può divenire uno strumento efficace al raggiungimento della liberazione dalla sofferenza. Essa implica, di fatto, una conversione, non intesa come mera adesione a un particolare credo o istituzione religiosa, ma come scelta di cambiamento interiore, come urgenza di scoprire, di conoscere, lasciandosi dietro la zavorra dell’egoismo.
Il primo dei Tre Gioielli è il Buddha. Il rifugio nel Buddha è, da un lato, il rifugio nel Buddha storico, Siddharta Gautama: si prende così come punto di riferimento la vita di un uomo che ha rinunciato a tutto per dedicarsi completamente alla ricerca della libertà ultima e incondizionata. È un esempio che spinge a interrogarsi sul senso dell’esistenza, sulla validità o meno degli obiettivi che si è soliti inseguire, obiettivi limitati alla soddisfazione momentanea e perciò legati al dolore. E nel momento in cui il rifugio nel Buddha suscita quella stessa urgenza, presente nel giovane Siddharta, di comprendere le cause del dolore e di sradicarle, esso alimenta la crescita spirituale della persona e si pone come un faro nell’oscurità delle abitudini mentali.
Il rifugio nel Buddha è anche, come sottolinea il maestro thailandese Ajahn Chah, il rifugio in ‘colui che sa’, cioè nella consapevolezza. Significa osservare i processi fisici e mentali senza rimanerne soggiogati. La parola ‘Buddha’, di fatto, significa risvegliato. Di conseguenza la presa di rifugio nel Buddha è un salutare ritorno in quella parte di noi che è già risvegliata, che è ‘pura osservazione’.
L’alternativa è il rifugio nella confusione e nella reattività che determinano una situazione di attrito con la realtà e quindi generano sofferenza. Da questo punto di vista il rifugio nel Buddha offre una opportunità di pace e di serenità, una sospensione, almeno temporanea, dei principali fattori inquinanti della mente, cioè l’ignoranza, l’attaccamento e l’avversione.
Il secondo gioiello è il Dhamma. Il termine ‘Dhamma’ (in sanscrito ‘Dharma’) può assumere diversi significati, in relazione al contesto in cui viene adoperato. Ad esempio può indicare i fenomeni del mondo relativo, soggetti alla nascita e alla morte, impermanenti, insoddisfacenti e privi di un’esistenza intrinseca. In questo caso si parla dei dhamma che compongono il mondo condizionato e – nella trascrizione occidentale – si usa volutamente l’iniziale minuscola.
Quando viene scritto con la maiuscola, il termine Dhamma (letteralmente ‘legge’) può indicare sia l’insegnamento del Buddha, sia la realtà ultima, l’incondizionato. E a questi due significati si riferisce la presa di rifugio nel Dhamma: rifugio in un insegnamento che conduce alla liberazione e rifugio nella liberazione stessa.
“Come il grande oceano ha un unico sapore, quello del sale, così il Dhamma ha un unico sapore, quello della libertà”
Udana, V, 5
In questo modo la realtà ultima non è vista come una meta lontana e difficilmente raggiungibile, ma come qualcosa che, secondo le stesse parole del Buddha, è ‘presente qui e ora’, qualcosa che infonde fiducia nel cammino interiore.
Significa smettere di dibatterci affannosamente nelle nostre ansie, paure, preoccupazioni e di inseguire ciecamente la promessa illusoria che esista una felicità ultima nel mondo condizionato.
Così facendo l’influenza delle contaminazioni mentali (come già detto poc’anzi, ignoranza, attaccamento e avversione) sulla nostra esistenza diminuisce, lasciando uno spazio in cui può penetrare la luce della visione profonda, o consapevolezza. Si tratta perciò di un rifugiarsi in quella verità incondizionata che, come afferma il maestro thailandese Ajahn Maha Boowa, è già dentro di noi. Al contrario, il tentativo di aggrapparci a una verità ritenuta esterna può soltanto peggiorare la situazione di conflitto presente, delineando un’ulteriore separazione tra noi e il contenuto dell’esperienza. A conferma di ciò, Ajahn Buddhadasa mette in guardia dal considerare la presa dei rifugi come una fuga dalle difficoltà della vita. L’esperienza fenomenica non viene negata o svilita, ma ‘svuotata’ della sua tossicità, cioè vista secondo la sua natura interdipendente, mutevole e in ultima analisi insoddisfacente. Il che equivale a una capacità di assaporare l’esperienza sensoriale senza esserne schiavi, imparando, sempre di più, a ‘toccare’ la vita nella sua totalità, dalle radici ai frutti, dolci o amari che siano. Prendere rifugio nel Dhamma, così, non costituisce un ‘rannicchiarci’ in un angolo nascosto dove le emozioni non potranno toccarci, ma rappresenta un’apertura verso questa stessa totalità della vita.
È però importante osservare che questa apertura ci è in gran parte sconosciuta : quando ci affidiamo incautamente alle nostre emozioni non ci stiamo affatto aprendo, ma stiamo cercando di afferrare un aspetto della realtà rifiutandone altri. Nel momento in cui ci attacchiamo a un’emozione piacevole non ci accorgiamo che ci stiamo chiudendo in un atteggiamento di rifiuto nei confronti della vastità dell’esperienza. Quando poi, inevitabilmente, ci si presenta qualcosa di doloroso, o noioso, o deludente, lo respingiamo ritenendolo la causa reale del nostro disappunto. Proprio a cagione di questa tendenza nociva Ajahn Buddhadasa enfatizza la necessità di non rivolgersi a un cammino interiore soltanto nei momenti sfavorevoli, cercando un rimedio agli affanni della vita. Anche nei periodi apparentemente più rosei possiamo osservare la tossicità dell’attaccamento, la separazione che creiamo tra noi e la vita stessa. Anche allora è ‘urgente’ rifugiarsi nel Dhamma, scegliere l’apertura anziché la chiusura, il conflitto.
“Il Dhamma comprende tutti gli esseri viventi e l’infinità dei mondi : la portata dell’amore del Dhamma non conosce confini”
Ajahn Buddhadasa
Il rifugio nel terzo gioiello, il Sangha, implica la comprensione del contesto in cui agisce il lavoro interiore. La crescita interiore non è un cammino individuale, ma un processo che si svolge in una relazione universale. La pratica dunque non si limita a una dimensione personale, cioè a una meticolosa osservazione degli elementi inerenti la propria esperienza, ma riguarda anche il rapporto con una realtà esterna. In altre parole, la pratica si configura nel Sangha.
Per Sangha si intende infatti la ‘comunità’ dei praticanti, vale a dire l’insieme di coloro che dirigono le proprie energie verso il risveglio, verso la fine del dolore. È possibile stabilire una relazione di fiducia e di reciproco sostegno con coloro con i quali si condivide una particolare direzione di vita, e questa relazione è senza dubbio un terreno estremamente fertile per il lavoro interiore. Un ambiente dove la consapevolezza è incoraggiata e non ostacolata dalla visione dualistica è un pilastro fondamentale della pratica. Dunque il rifugio nel Sangha comporta un rapporto di fiducia con tutti coloro che si dirigono verso l’estinzione della sofferenza. Ma, se si approfondisce un po’ questo aspetto, si può notare che, in realtà, ogni essere lotta per liberarsi dalla sofferenza, dagli angusti confini della condizione esistenziale. E da questo punto di vista la parola ‘Sangha’ assume un valore esteso a ogni creatura ed appare finalizzata al risveglio di qualità come l’amore e la compassione. Non si può intendere per Sangha un’élite di privilegiati che praticano uno specifico sistema sapienziale. Non si può escludere dall’accezione del termine ‘Sangha’ coloro che percorrono un diverso cammino o che apparentemente non percorrono alcun cammino. Anche chi impiega la propria vita ad alimentare sofferenza in se stesso e negli altri, lo fa perché si rapporta al proprio dolore attraverso i parametri di una mente contaminata, confusa. Ma in realtà questo individuo agisce sulla spinta di un intimo bisogno di armonia, di pace, quindi dell’illuminazione. Ignorando le cause del proprio ‘disordine’, continua a puntellarle con azioni e pensieri distruttivi.
Alla luce di queste considerazioni, escludere qualcuno dall’ambito del Sangha è una forma di giudizio, di separazione che impedisce di entrare in contatto con la vita stessa. Il rifugio nel Sangha, invece, conduce a un risveglio interiore che ha luogo nella relazione e nell’amore, e perciò si presenta come uno strumento per trascendere l’identificazione con l’io-mio, cioè per superare la concezione, talvolta sottile, di una ‘mia’ pratica, una ‘mia’ meditazione, un ‘mio’ progresso spirituale.
In conclusione, rifugiarsi nei Tre Gioielli richiede una profonda comprensione della propria motivazione a percorrere un sentiero spirituale, insieme alla capacità di integrare il triplice rifugio nel proprio modo di vivere e di indirizzarlo così verso la liberazione ultima.
“Non accontentatevi di servire a parole il Buddha, il Dhamma e il Sangha vivendo in base a tutt’altri ideali. Pronunciando la formula del rifugio, prendete davvero rifugio, altrimenti non vivrete ai livelli che l’essere umani vi consente”
Ajahn Buddhadasa
I cinque Precetti
di Giuliano Giustarini
“Non può esservi alcuna purezza mentale se non vi è la purezza morale”
Thera Piyadassi
Poiché il fine ultimo della pratica di meditazione buddhista è l’estinzione della sofferenza, il comportamento del praticante non deve essere causa di dolore, né a se stessi, né agli altri. Esso deve camminare sulla stessa linea della consapevolezza: deve rispondere alla capacità di vedere che proviene dall’esercizio costante della consapevolezza e deve, al contempo, nutrire la consapevolezza. Evitando una condotta dannosa si libera la consapevolezza da alcuni fattori che la ostruiscono, in primo luogo il rapporto conflittuale con se stessi e con gli altri. Il sentiero tracciato dal Buddha coinvolge ogni aspetto della personalità in un processo di armonizzazione. La condotta, che è manifestazione ma anche fattore chiave della vita interiore, non ne è esclusa.
“Quando meditiamo arriviamo a comprendere che dobbiamo essere totalmente responsabili per il modo in cui viviamo”
Ajahn Sumedho
L’etica appare dunque, nell’insegnamento buddhista, tanto una conseguenza del lavoro interiore quanto uno strumento di liberazione. Così i cinque precetti non vanno visti come un codice comportamentale da seguire alla lettera, ma come abili mezzi per affinare sempre più la saggezza e la consapevolezza. Vediamo, dunque, scorrendo la tradizionale formulazione dei precetti, come questi risultino funzionali alla crescita spirituale.
Il primo precetto consiste nel non uccidere esseri viventi. Apparentemente è un precetto piuttosto facile da seguire, conforme a una legge morale pressoché universale, e non sembra suggerire alcunché di originale per il progresso della pratica. In realtà, esso si ‘prende cura’ di una vasta gamma di atteggiamenti, spesso sottili, che derivano dalle tre principali contaminazioni (ignoranza, attaccamento e avversione). Innanzitutto non si limita a condannare l’uccisione degli esseri umani, ma riguarda ogni essere vivente, compresi i piccoli insetti, le piante e gli animali che vengono uccisi per le nostre esigenze quotidiane (mangiare, vestirsi, ecc.). Ciò non va visto come una repressione di ogni azione, poiché non potremmo neanche nutrirci senza utilizzare le forme organiche che ci circondano, non potremmo avere una casa che non sia stata costruita uccidendo gli esseri viventi, animali e vegetali, che prima ne occupavano lo spazio: è impossibile vivere senza recare danno alcuno. Cercare un modello di perfezione nel nostro modo di rapportarci agli altri esseri viventi può portare solamente a uno stato di sofferenza e di inadeguatezza nei confronti del livello di vita che vorremmo condurre. Il precetto, infatti, si riferisce all’uccidere intenzionalmente, al togliere la vita, o semplicemente fare del male a un qualsiasi essere vivente, per il proprio tornaconto personale. Rapportarsi a questa indicazione etica come se fosse un enorme obbligo destinato a cozzare contro i nostri limiti può generare soltanto maggiore sofferenza. In che modo, allora, il precetto del ‘non uccidere’ può essere strumento di liberazione anziché di schiavitù e di ulteriore frustrazione?
Per rispondere a questa domanda bisogna osservare, di nuovo, che lo scopo di questo precetto è la coltivazione della consapevolezza : adottando il parametro del ‘non uccidere’, si diviene vieppiù consapevoli dell’attitudine umana a uccidere, distruggere, cancellare tutto ciò che è visto come spiacevole, doloroso. Siamo soliti uccidere una fastidiosa zanzara nello stesso modo in cui reprimiamo quello che non ci piace di noi stessi; escludiamo dalla nostra capacità di amare tutte quelle persone che riteniamo antipatiche, sgradevoli. Praticando questo precetto possiamo ‘toccare’ quella profonda avversione che brucia costantemente in noi e che, a seconda delle situazioni, si trasforma in odio, discriminazione o, quando viene rivolta contro noi stessi, in sensi di colpa. Per usare il linguaggio consono al maestro vietnamita Thich Nath Hanh, possiamo venire a contatto con i ‘semi della guerra’ e trasformarli in ‘semi di pace’. Ogni qualvolta veniamo presi dal desiderio di uccidere, di annientare qualcosa o qualcuno, è possibile ritornare con la mente al precetto del ‘non uccidere’ e ciò diviene una fonte di risveglio: la consapevolezza si desta di nuovo in noi e ci permette di non essere ‘agiti’ dai nostri impulsi, di superare il dualismo tra l’azione in base all’impulso e la repressione dell’impulso stesso. È la meravigliosa scoperta della Via di Mezzo indicata dal Buddha. Quell’attimo di cecità che ci aveva rapiti lascia il posto, gradualmente, a una maggiore apertura del cuore, a un incontro sincero con l’oggetto della nostra rabbia e del nostro risentimento.
Il secondo precetto ci chiede di non prendere ciò che non ci è stato dato o, come spesso viene enunciato, di non rubare. Anch’esso è una linea di guida per poter trasformare, mercé la consapevolezza delle proprie azioni, l’egoismo in generosità e in rispetto. Il punto in cui la consapevolezza viene maggiormente focalizzata è, in questo caso, la brama, il desiderio di possesso. Si tratta di un meccanismo che scatta sia quando ci troviamo di fronte a cose che ci appartengono, sia quando ci troviamo di fronte a cose che non ci appartengono. Ricordandoci di questo precetto possiamo, per esempio, essere consapevoli del sorgere della brama nel momento in cui un amico ci presta un oggetto che consideriamo prezioso. Se ci lasciamo coinvolgere da questa brama, senza osservarla attentamente, sarà molto difficile provare un senso di gratitudine verso il nostro amico e un senso di responsabilità nei confronti dell’oggetto avuto in prestito. Su larga scala, questa assenza di profondo rispetto conduce allo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta e alla situazione di indigenza dei paesi più poveri, solo per citare due problemi tra i più evidenti. Ancora una volta, si può notare che la problematica esistenziale (che viviamo a livello individuale e che perciò, in qualche modo, crediamo appartenga soltanto a noi) e le più gravi questioni dell’umanità hanno la medesima radice : è la nostra incapacità di vedere, di comprendere, che ‘inventa’ l’io-mio e opera per confermare questa supposizione erronea. Il suo operare è conflitto, violenza, separazione in ogni forma, grossolana e sottile. Essa lotta per soffocare, in ogni momento, la saggezza e la consapevolezza. Lavorare sull’etica significa avere a disposizione un’altra arma per abbattere la prigione dell’io.
Il terzo precetto riguarda la sfera delle relazioni sessuali, invitando ad astenersi da un cattivo comportamento sessuale. Quale sia un comportamento sessuale buono o cattivo è certo un argomento che può essere giudicato soggettivamente, e c’è da dire che il Buddha non dà molte indicazioni a riguardo. Ma considerando che tutti gli insegnamenti esposti dal Buddha mirano all’estinzione della sofferenza, si può ritenere che ogni condotta, sessuale o meno, che cagioni dolore in se stessi o negli altri, confusione in se stessi o negli altri, sia un ostacolo alla liberazione ultima. Tenere ben saldo in mente questo precetto significa quindi avere un punto di riferimento nel campo delle relazioni di tipo sessuale: esse divengono un terreno fertile per la coltivazione della consapevolezza, da cui, a loro volta, vengono in un certo senso ‘protette’. Portare la consapevolezza nella dinamica sessuo-affettiva significa non rimanerne schiavi e non permettere che le relazioni divengano strumento di affermazione dell’io. Allo stesso modo, mantenere limpide e spontanee le proprie azioni crea un vero e proprio spazio nella mente. Senza questo spazio la mente non può facilmente raccogliersi, quindi riposare nella calma concentrata, e non può accedere alla consapevolezza e alla saggezza. L’innesto di questo circolo virtuoso all’interno della propria vita relazionale non richiede regole e codici restrittivi, ma un profondo discernimento, poiché il rischio è sia di arroccarsi nel moralismo e nel giudizio, costruendo in tal modo una nuova fortezza dell’io, sia di cadere in un indulgente relativismo e nell’incapacità di riconoscere quando le relazioni sono improntate dall’egoismo. Perciò, il Buddha non indica un’etica sessuale da seguire, ma ricorda di includere nella crescita spirituale anche gli aspetti sessuali e affettivi, coltivandoli con la stessa cura e amorevolezza con cui va coltivata la dimensione contemplativa. Non esistono, in altre parole, momenti in cui non si debba praticare, momenti di pausa in cui lasciare che sia l’io a imperare sui propri pensieri e sulle proprie azioni, perché questi momenti vanno in direzione della sofferenza e inquinano ogni altro aspetto della pratica.
Il quarto precetto invita alla retta parola. Invita cioè ad astenersi dalla parola divisiva, dalla parola menzognera e dalla parola oziosa. Il linguaggio è una delle espressioni più importanti della mente umana e appare quindi evidente l’importanza del non lasciarlo in balìa delle contaminazioni. Accompagnando la parola con il gentile tocco della consapevolezza è possibile far luce sulle intenzioni più profonde, sui riposti nascondigli dell’io che a lungo ci erano rimasti oscuri. È certamente un lavoro lungo e oneroso ma, se sostenuto da onestà e perseveranza, si dimostra estremamente penetrante ed efficace. Essere consapevoli della separazione che si cela spesso in ogni tipo di discorso, dell’attaccamento alle proprie opinioni, così come di quella sottile ma potente paura che ci spinge a mentire per ‘difendere’ la nostra immagine, il nostro io-mio, è una pratica che coinvolge numerosi aspetti della personalità, specialmente in una società che attribuisce enorme peso al linguaggio e alla comunicazione. Praticando la consapevolezza della parola, osservando le motivazioni che ci spingono a un parlare distratto, inutile, divisivo, possiamo accedere a una qualità del linguaggio che Corrado Pensa, insegnante italiano di meditazione di consapevolezza, definisce innocente: le nostre capacità dialettiche cessano di essere strumenti di manipolazione, seduzione, raggiro, cessano cioè di asservire l’ego e, una volta libere dall’io-mio, non sono più manifestazioni di paura, ma di una sconfinata, amorevole innocenza.
“Possiamo usare la parola per parlare male degli altri, per insultare e per ogni scopo orribile e disonesto. Oppure possiamo rispettare questo meraviglioso dono che abbiamo e imparare a usarlo in un modo splendido, accurato, gentile”
Ajahn Sumedho
Il quinto precetto richiede di astenersi dal prendere sostanze intossicanti. Principalmente si riferisce all’assunzione di droghe e di alcolici. Ma, come gli altri precetti, anche questo è uno strumento di lavoro che agisce su diversi livelli. Prendendo in considerazione l’assunzione di sostanze stupefacenti o inebrianti, il precetto invita a prendersi cura del proprio corpo e della mente. Corpo e mente possono essere uno straordinario veicolo di vita interiore. Perciò meritano una cura amorevole e un profondo rispetto, piuttosto che sostanze deleterie che annebbiano l’attenzione e minano le energie fisiche. Lavorare su questo precetto significa scoprire modi sempre nuovi per migliorare la propria salute fisica e mentale, divenendo così sempre più sensibili ai propri reali bisogni. E ciò non riguarda soltanto cibi, droghe e bevande, ma tutto ciò che assumiamo dall’esterno, e che in qualche modo nutre e sostiene il nostro corpo e la nostra mente: come sottolinea Thich Nhat Hanh, bisogna imparare anche a riconoscere quali letture, programmi televisivi o altri messaggi siano dannosi alla mente e quindi evitarli. Perciò, in questo caso, il lavoro simultaneo di etica e consapevolezza porta a una inclinazione sempre più naturale verso ciò che è salutare, benefico, insieme a una rinuncia sempre più profonda e intelligente di ciò che è nocivo. Questa rinuncia è semplificazione, è lasciare andare, è libertà. Lungo il sentiero indicato dal Buddha, l’etica opera non per reprimere, ma per spezzare le catene dell’io e per realizzare una felicità autentica, incondizionata.
Le Cinque Facoltà Spirituali
di Giuliano Giustarini
La prima delle cinque facoltà spirituali è saddha, termine pali che si potrebbe tradurre come fede, fiducia, convinzione. Vale a dire fiducia negli insegnamenti del Buddha, nel cammino che conduce alla liberazione ultima.
C’è una profonda saggezza nella fede di cui parlano i testi buddhisti: il primo passo della fede consiste, infatti, nella capacità di riconoscere nella propria mente le abitudini consolidate, da una parte, e il proprio desiderio di risveglio e di liberazione, dall’altra; il secondo passo è volgersi verso quest’ultimo, volgersi verso il profumo della libertà lasciandosi alle spalle la voce insistente dell’ignoranza, dell’attaccamento e dell’avversione. La fede è perciò un faro nella notte delle contaminazioni, in grado di mantenerci, pur nel mezzo della tempesta delle abitudini mentali, sulla rotta verso l’Incondizionato. L’insegnante americana Carol Wilson sottolinea efficacemente l’importanza di questa facoltà spirituale:
“Quando la mente è priva del senso dell’aspirazione più profonda, nella maggior parte dei casi decide in base all’abitudine, cioè ricerca la cosa più comoda, più facile, più piacevole. Anche questo è un modo per affrontare la vita, ma non dà un vero appagamento”.
All’inizio questa fiducia, questa ‘conversione’ del cuore alla libertà dal conflitto esistenziale trae nutrimento dalle letture e dall’ascolto degli insegnamenti del Buddha (o da altri insegnamenti che comunque risvegliano la nostra naturale saggezza interiore). Poi, come sottolinea il maestro Ajahn Sumedho, la fiducia si sostiene grazie all’esperienza diretta della sofferenza e della fine della sofferenza. In virtù della pratica, si riconosce l’apporto salutare della consapevolezza e vi si ritorna in un modo naturale, spontaneo. La pratica della consapevolezza rende accessibile la natura della mente risvegliata, come si trattasse della maniglia di una porta. Quanto più ci capita di riuscire ad aprire quella porta, tanto più abbiamo fiducia in quel semplice gesto di girare la maniglia, quindi nella consapevolezza delle cose così come sono. In questo senso la fiducia può essere vista come un saggio convogliare le energie abitualmente disperse nella reattività mentale verso una dimensione aperta, vigile, libera dall’attaccamento. Nei testi buddhisti si parla spesso del disgusto o disincanto spirituale (nibbida), ed è qualcosa di strettamente correlato alla fiducia. Il disincanto (sereno, privo di rimpianti) emerge nei confronti di tutto ciò che è nocivo, che si lega alla sofferenza, tutto ciò che la fiducia ci suggerisce caldamente di abbandonare. La fiducia, dunque, ha direttamente a che fare con la libertà dalle contaminazioni e dal dolore esistenziale. Tuttavia essa non agisce da sola, ma utilizza altre facoltà spirituali.
In primo luogo, la fiducia ha bisogno della perseveranza. Infatti, come si è detto poc’anzi, è in virtù di una pratica costante che la fiducia giunge a maturazione, manifestandosi come innata forza interiore. A sua volta, la perseveranza sarebbe addirittura difficile da immaginare senza un solido sostrato di fiducia. Perciò possiamo dire che a quell’inversione di marcia, dalla consueta deriva delle contaminazioni al sentiero che punta alla fine della sofferenza, deve seguire la capacità di rimanere nel sentiero. Non è facile. L’attaccamento, come ci insegna la tradizione buddhista, ha molte maschere, si mimetizza con facilità anche nella vita spirituale, minandola con insidie via via più sottili. Una delle più frequenti manifestazioni dell’attaccamento verso la quale i maestri buddhisti sono soliti mettere in guardia i meditanti è lo scoraggiamento che emerge quando i risultati della pratica deludono le aspettative che si erano venute a creare. È necessario, in questo caso, accorgersi che questo scoraggiamento è dovuto a due specifici condizionamenti mentali: il primo è l’abitudine radicata di volere un premio immediato e ben visibile per qualsiasi cosa facciamo; il secondo è un fantasioso immaginarsi il modo in cui la pratica dovrebbe essere. Si tratta delle due facce della stessa medaglia, che potremmo chiamare ‘separazione da ciò che è’ oppure, come direbbe Ajahn Sumedho, gaining idea, cioè una pericolosa mentalità di acquisizione che, pur sembrandoci indispensabile, è in realtà l’esatto contrario della pratica. La pratica non è ‘ottenere’ qualcosa, ma è liberarci di un peso sopportato per lo più inconsciamente. La perseveranza può trasformare questo atteggiamento cieco e contratto in una capacità di vedere le cose così come sono e di lasciarle andare.
“Pratichiamo per lasciare andare, non per ottenere qualcosa”
Ajahn Chah
A tale scopo, però, essa deve essere gentile, amorevole, lontana da quella tenace conflittualità, spesso intrisa di frustrazione e sensi di colpa, con cui affrontiamo gli impegni della vita. Per usare una definizione adottata dall’insegnante di meditazione Corrado Pensa, la perseveranza è una ‘tranquilla passione’, qualcosa cioè che implica impegno, sforzo, ma anche gioia e pace interiore. Perseveranza è investire le proprie energie nell’apertura mentale, nella consapevolezza, che è la terza facoltà spirituale. La relazione tra consapevolezza e perseveranza è un fattore chiave del cammino di salvezza proposto dal Buddha. Infatti, nonostante sia stato evidenziato più volte come la consapevolezza sia una qualità del tutto organica, naturale, tuttavia essa è qualcosa di misterioso, qualcosa cui si può accedere solo in virtù di una pratica costante, appassionata, incrollabile. A questo proposito ci si potrebbe chiedere: “Perché c’è bisogno di un lavoro continuo e di una consistente determinazione? Non è sufficiente aprire gli occhi a ciò che è, alla realtà profonda dei fenomeni?”. Le cose potrebbero più o meno andare così, se non ci fosse ‘qualcosa’ che ci impedisce di vedere, qualcosa che si chiama, in questa e in altre tradizioni sapienziali, condizionamento. Il condizionamento è il processo attraverso cui le contaminazioni si radicano nella mente, impedendo una percezione diretta della realtà. È un ‘filtro’ che ha impiegato un tempo indeterminabile a stabilirsi di fronte agli occhi della saggezza e della consapevolezza, per cui non è facile sbarazzarsene. In ultima analisi possiamo dire che sì, la consapevolezza è qui e ora, a nostra disposizione, ma ci è nascosta dalle abitudini mentali. Non a caso molti insegnanti parlano di ‘mistero della consapevolezza’. Essa è mistero perché è ciò che non appartiene alle nostre categorie concettuali, essendo l’Incondizionato, Asankhata Dhamma. L’attaccamento a ciò che è ‘conosciuto’, vale a dire alle consolidate abitudini mentali, impedisce il salto nel mistero della consapevolezza. Al tempo stesso, la consapevolezza è sempre presente, è estremamente semplice, è, come direbbe la maestra Zen californiana Charlotte Joko Beck, ‘niente di speciale’. Perciò, impegnarsi energicamente per qualcosa che è già qui, a nostra disposizione, può sembrare una grossa contraddizione, ma in realtà non lo è. In riferimento a questo punto cruciale della pratica di meditazione buddhista ci può tornare molto utile l’esperienza di due validi insegnanti:
“Il paradosso della ricerca é che la mente cerca se stessa. La stessa ricerca é espressione della saggezza innata della mente. La mente ha nostalgia della sua natura, nostalgia che nasce dall’intuizione di essere molto vicini alla realtà, ma che qualcosa la nasconde, ossia il velo dell’illusione”
Thanavaro
“La consapevolezza non è difficile. Ciò che è difficile è ricordarsi di essere consapevoli”
Carol Wilson
Si parla, in entrambi i casi, del condizionamento dell’ignoranza, che può essere definito ‘velo dell’illusione’ o ‘difficoltà di ricordarsi della consapevolezza’. Un altro strumento prezioso nella difficile arte di vedere è la concentrazione, la quarta facoltàspirituale. I lettori di questa rivista hanno avuto modo di sentir parlare della concentrazione da più angolazioni: concentrazione come elemento dell’Ottuplice Sentiero, come fattore di risveglio o come fonte di energia interiore. È stato più volte visto come il termine concentrazione sia anche sinonimo di meditazione, contemplazione, raccoglimento: il meditante, raccogliendosi in una vibrante calma interiore, attinge a quelle energie necessarie all’investigazione, alla visione profonda, alla saggezza. Perché, come dice l’insegnante di pratica di consapevolezza Christina Feldman, è la saggezza che, in ultima analisi, libera.
La saggezza utilizza lo strumento della concentrazione ma non vi rimane invischiata, non indugia nei piaceri della calma mentale. Infatti, la pacificazione che deriva dal lavoro di concentrazione rimane pur sempre in una dimensione condizionata, limitata: non è il fine ultimo della pratica spirituale. La felicità che deriva dall’assorbimento nella calma concentrata è effimera, ancora soggetta ai capricci dell’attaccamento e perciò esposta alla delusione e all’insoddisfazione.
“Se la sua radice rimane
forte e intatta, un albero, anche se tagliato,
crescerà di nuovo.
Allo stesso modo, se non si sradica completamente
l’attaccamento nascosto,
la sofferenza tornerà ancora e ancora”
Dhammapada 338
La saggezza, o discernimento, è la quinta facoltà spirituale ed è l’elemento decisivo nel processo di emancipazione dal condizionato. In realtà essa è presente in tutte le altre quattro facoltà spirituali: è la saggezza che impedisce alla fede di divenire un cieco dogmatismo, è la saggezza che impedisce alla perseveranza di corrompersi in un frenetico attaccamento alla pratica, è la saggezza che apre l’occhio della consapevolezza ed è la saggezza, infine, che ci libera dalle più sottili seduzioni della calma interiore. In altre parole, la saggezza vigila su tutte le qualità umane convogliandole verso il risveglio anziché verso l’attaccamento. In questo senso, la saggezza potrebbe chiamarsi semplicemente non-attaccamento o non-identificazione. È una prospettiva completamente rovesciata di fronte alla vita, una prospettiva che non è più intessuta di conflitto. Per questo motivo è importante fare affidamento su questa qualità silenziosa e luminosa, considerarla non solo come lo scopo finale del lavoro contemplativo, ma come la lanterna che illumina il sentiero e i suoi ostacoli.
“La meta della pratica e la sostanza della pratica sono la stessa cosa. Il sentiero religioso consiste, di fatto, nell’imparare a riposare nella saggezza e ad essere un Buddha, risvegliato e consapevole”
Ajahn Amaro
LE QUATTRO BASI DELLA CONSAPEVOLEZZA
di Giuliano Giustarini
“Se l’elefante della mia mente è saldamente legato
da tutte le parti dalla fune della consapevolezza,
tutte le paure cesseranno di esistere,
e tutte le virtù verranno alla mia mano”
Santideva, Bodhicaryavatara, V, 3
Nei numeri passati di Occidente Buddhista si è spesso parlato, in questa e in altre rubriche, della consapevolezza. Essa è stata finora presentata come una specie di mastice che lega tra loro tutti i principi chiave del Dharma. Ma è legittimo chiedersi, a questo punto, cosa si intende per consapevolezza e, soprattutto, in che modo si accede alla consapevolezza.
Per prima cosa bisogna osservare che l’accesso alla consapevolezza non è una sorta di corridoio intricato in cui possono avventurarsi soltanto pochi fortunati. La consapevolezza è qualcosa di estremamente semplice, alla portata di tutti. Tuttavia essa è ostruita dalla nostra tendenza a distrarci, a identificarci con i fenomeni che sperimentiamo.
Il Buddha suggerisce alcuni espedienti per poter penetrare la nebbia dell’ignoranza che ci avvolge e accedere così alla consapevolezza. Si tratta di tecniche atte a focalizzare, di volta in volta su oggetti diversi, l’energia dell’attenzione. In altre parole, come vedremo più dettagliatamente, la consapevolezza si raggiunge esercitando la consapevolezza. La pratica suggerita dal Buddha è la pratica delle Quattro Basi della Consapevolezza, in lingua pali Satipatthana. Sati significa, letteralmente, ricordarsi, ricordarsi cioè di essere presenti, ritornare alla consapevolezza lasciandosi dietro i meandri della distrazione.
L’investigazione dei fenomeni attuata mercé la pratica del Satipatthana si pone il fine di modificare la percezione dei fenomeni esperiti. Questa viene depurata, liberata dalle distorsioni mentali, e perciò resa autentica. Un noto studioso e insegnante di meditazione contemporaneo, Stephen Batchelor, afferma che, rispetto allo stato abituale della mente vittima delle contaminazioni, “essere consapevoli equivale a uno stato di non schiavitù, di non ipnosi”.
Questa trasformazione viene paragonata dal maestro thailandese Ajahn Mahaboowa alla differenza che sussiste tra la descrizione di una cosa e il contatto diretto con la medesima: “La differenza è paragonabile a quella tra il sentir parlare di una cosa e vederla direttamente. La differenza è tra la propria immaginazione e la realtà”. Questa visione diretta, immediata consente, sempre secondo Ajahn Mahaboowa, di estirpare l’attaccamento alla radice.
Le Quattro Basi della Consapevolezza sono la consapevolezza del corpo, delle sensazioni, della mente e dei contenuti mentali. La prima consiste in un lavoro di osservazione del corpo e dei processi fisici in generale. Bisogna cioè dirigere l’investigazione sul proprio corpo, superando il senso di identificazione e di possesso attraverso cui ci rapportiamo ad esso. Una osservazione diretta, non filtrata dall’identificazione, ci permette di vedere la natura del corpo come un insieme di processi condizionati che definiamo convenzionalmente come ‘il mio corpo’, ‘il tuo corpo’, ‘il corpo di un animale’, ecc. In tal modo è possibile trascendere l’idea di un’esistenza intrinseca, non correlata alle altre esistenze e ai fenomeni circostanti. Ovvero, l’investigazione del corpo (e della ‘corporeità’ in generale) apre la mente a quella caratteristica universale chiamata anatta, o non sé, assenza di esistenza intrinseca.
Il corpo non viene più visto come un involucro che ci separa dagli altri e che ci isola all’interno dei nostri desideri, ma come una caratteristica che ci accomuna agli altri esseri viventi. Se prendiamo il corpo come la nostra vera entità inquiniamo la nostra stessa investigazione : rimaniamo legati all’esperienza sensoriale e ci lasciamo dominare da essa, e ciò ci costringe a vedere i fenomeni non secondo la loro vera natura, ma attraverso le nostre proiezioni egoiche. Il lavoro di consapevolezza che prende per oggetto il corpo si basa su alcune tecniche specifiche. Vale la pena di accennare alle più diffuse. La prima è la pratica di consapevolezza del respiro. Essa consiste nell’essere consapevoli del respiro, della sua lunghezza, della sua regolarità o irregolarità, del suo ritmo. Di solito si focalizza l’attenzione sull’area che comprende la punta del naso, le narici e il labbro superiore, rimanendo consapevoli dell’aria che viene ispirata ed espirata, del suo scorrere dall’esterno all’interno del corpo e viceversa. Alcuni maestri di meditazione, soprattutto i maestri birmani, suggeriscono di prestare attenzione all’alzarsi e all’abbassarsi dell’addome secondo il ritmo respiratorio. Qualunque punto si scelga per praticare la consapevolezza del respiro, non si deve esercitare alcun tipo di controllo sul respiro stesso: esso deve scorrere naturalmente, accompagnato da una vigile e salda attenzione. La seconda tecnica mira a estendere il raggio della consapevolezza su tutto il corpo, prestando particolare attenzione alla posizione assunta. Si è cioè consapevoli dello stare in piedi, seduti, sdraiati e del muoversi. La consapevolezza del respiro e la consapevolezza della posizione del corpo devono essere coltivate tanto nella ‘pratica formale’ quanto nella ‘pratica informale’. Per pratica formale si intende un periodo di tempo dedicato esclusivamente alla meditazione. È importante ritagliarsi, all’interno della giornata, degli spazi idonei allo sviluppo della consapevolezza, momenti di raccoglimento in cui esercitare, stando seduti, l’attenzione sul respiro o sulla posizione del corpo.
È di grande beneficio alternare questi periodi di ‘meditazione seduta’ a periodi di ‘meditazione camminata’, in cui l’attenzione sul corpo viene addestrata durante una camminata lenta ma naturale, fatta avanti e indietro lungo un percorso rettilineo di circa dieci passi. Ajahn Chandapalo, monaco inglese di tradizione Theravada, residente in Italia e abate del monastero Santacittarama di Sezze Romano, sottolinea l’importanza di praticare la meditazione seduta e quella camminata (cioè la pratica formale) tutti i giorni. Egli ritiene molto più preziosa la regolarità della pratica piuttosto che la durata dei periodi di meditazione.
A questo punto bisogna ricordare un aspetto primario della pratica del Dharma : la meditazione, insegna il Buddha, non va isolata dal contesto della vita quotidiana ; sebbene sia importante ritagliarsi questi spazi, è indispensabile, ai fini dello sviluppo della consapevolezza, portare la pratica nel contesto in cui si vive. Ciò significa coltivare la ‘pratica informale’. Il ritmo del respiro, così come la posizione del corpo, sono oggetti di osservazione disponibili durante tutto l’arco della giornata. In ogni momento, in un autobus affollato o in un ufficio, si può riportare la propria attenzione al respiro o alla posizione del corpo. È sempre possibile utilizzare questi due sostegni per risvegliare la nostra naturale capacità di essere consapevoli. Agli inizi, forse, questi ‘salutari’ ritorni alla consapevolezza saranno rari e la pratica potrà essere appesantita da un certo scoraggiamento. Ma, se si continua a puntellare la propria crescita interiore per mezzo della pratica formale e della pratica informale, la consapevolezza potrà divenire lo sfondo di ogni circostanza. La pratica formale e la pratica informale costituiscono il perno su cui ruotano anche le altre tre basi della consapevolezza. Nella consapevolezza delle sensazioni, per esempio, vale la stessa regola di integrare la consapevolezza esercitata in periodi di relativa tranquillità con un’osservazione costante delle proprie sensazioni, un’osservazione che non declina con il mutare delle situazioni contingenti. Per osservare il flusso (impermanente, insoddisfacente e privo di sostanza) delle sensazioni è necessario avere una certa dimestichezza con la pratica di consapevolezza del corpo, sia del respiro che della posizione. Se, infatti, la capacità di ancorarsi alla consapevolezza è abbastanza radicata, allora è possibile contemplare le sensazioni, fisiche e mentali, senza rimanerne schiavi. La consapevolezza, infatti, come si è avuto modo di notare altre volte, procede di pari passo con l’equanimità, l’equilibrio che impedisce il coinvolgimento della mente nelle sensazioni e negli stati mentali.
L’osservazione costante ed equanime delle sensazioni permette di vederle secondo la loro triplice manifestazione : dolorose, piacevoli e neutre. La reazione abituale della mente nei confronti delle sensazioni si poggia sulla dinamica attaccamento-avversione. Sprechiamo tempo ed energie fuggendo dalle sensazioni dolorose (o anche da quelle neutre, spesso etichettate come noiose) e inseguendo le sensazioni piacevoli. Questo atteggiamento perdura anche quando la situazione in cui ci troviamo ci costringe a sperimentare sensazioni dolorose: di solito, quando ci troviamo di fronte a una delle innumerevoli ferite che la vita ci infligge, anche se si tratta di una micro-ferita, come un semplice contrattempo, evitiamo di osservarla per mezzo della consapevolezza; al contrario, ci rintaniamo nella nostra rete intessuta di giudizi, paure e avversione. Così incontriamo ulteriore sofferenza, quella che noi stessi aggiungiamo e che il Buddha chiama ‘la seconda freccia’. La consapevolezza, invece, trasforma le circostanze esterne in un terreno fertile per lo sviluppo della saggezza e per il raggiungimento della libertà dalla sofferenza. Qualunque sensazione si provi può osservata, secondo la tradizione buddhista, senza attaccamento o avversione, senza alcun tipo di reattività. La difficoltà di questo compito richiede, come si diceva, un lungo tirocinio, fondato specialmente sulla pratica di consapevolezza del respiro e della posizione del corpo. E richiede, inoltre, un lento e paziente forgiarsi attraverso la pratica formale, poiché è quella in cui si presentano soprattutto sensazioni neutre, cioè sensazioni che meno ci distraggono e meno ci coinvolgono nella trappola dell’attrazione e della repulsione. Dunque si ottiene, in virtù della pratica formale, quella calma e quello spazio necessari a una visione equanime dei fenomeni.
Il terzo fondamento della consapevolezza è la consapevolezza della mente. Investigare la mente è uno dei compiti più delicati della pratica. A questo punto, infatti, si ‘tocca’ il nodo centrale della nostra identificazione. Anche se, a un livello intellettuale, riteniamo che tutto è impermanente, insoddisfacente e privo di esistenza intrinseca, tuttavia conserviamo, a un livello più profondo, un ‘grumo’, non ancora disciolto, di attaccamento a un’entità indipendente : nel buddhismo, questo nucleo di attaccamento e identificazione viene chiamato io-mio. L’identificazione con la mente è estremamente sottile e perciò difficile da trascendere. Ma, come sostiene un eminente studioso di buddhismo, il monaco cingalese Thera Piyadassi, “la contemplazione della mente ci fa comprendere che ciò che chiamiamo mente è soltanto un processo, in costante mutamento, che consiste di fattori mentali anch’essi mutevoli, per cui non c’è nessuna entità chiamata io, sé, o anima”. Spesso, in Occidente, definizioni di questo tipo sono state interpretate come una negazione, da parte del buddhismo, della personalità dell’individuo, paragonabile a un annichilimento di ogni qualità umana. In riferimento a tale interpretazione, Stephen Batchelor sottolinea che “la comprensione della vacuità non cancella l’identità individuale”, e per precisare questo punto espone una profonda descrizione di ciò che viene definito io-mio: “Secondo la psicologia buddhista, tutte le contaminazioni hanno la loro origine nell’attaccamento al senso dell’io. Per ‘io’, però, non si intende la personalità, l’individualità, ma l’attaccamento, che sembra per buona parte istintivo, ad un nocciolo permanente, indivisibile, che riteniamo costituisca la base della nostra identità. Non si tratta di una credenza intellettuale, ma di uno spasmo, profondamente radicato, del corpo-mente, così profondamente radicato che è difficile anche il solo notarlo. È questo senso della sostanzialità del sé ciò che, in ultima analisi, ci fa sentire diversi, separati, indipendenti da ogni altra cosa o persona”.
L’ultima delle Quattro Basi della Consapevolezza riguarda i contenuti mentali. La varietà dei contenuti mentali comprende tanto gli stati negativi che attraversano la mente (attaccamento, rabbia, impazienza, ecc.), quanto quelle qualità che via via si coltivano durante il sentiero spirituale (la comprensione delle Quattro Nobili Verità, i Sette Fattori dell’Illuminazione…). In altre parole, viene visto, alla luce della consapevolezza, l’insegnamento stesso del Buddha, e ciò dimostra quanto esso sia pragmatico anziché meramente teorico.
In conclusione, la consapevolezza, sentiero e meta del buddhismo, può essere risvegliata focalizzando la nostra attenzione e investigazione sui vari aspetti che compongono la totalità dell’esperienza. Una volta risvegliata, essa ‘custodisce’ la mente, operando un processo di liberazione che non è personale, isolato, ma è un seme di trasformazione da cui trarrà beneficio il mondo intero. Proteggendo noi stessi dalle contaminazioni, proteggiamo anche gli altri. Il Buddha esprime magistralmente questo concetto nella parabola degli acrobati:
“Una volta un acrobata salì sulla sua asta di bambù e disse al suo allievo : – Ragazzo, sali sull’asta e monta sulle mie spalle -. Quando l’allievo si fu arrampicato disse : – Ora, ragazzo, proteggimi e io proteggerò te ; se ci prendiamo cura l’uno dell’altro, eseguiremo le nostre acrobazie, guadagneremo denaro e scenderemo sani e salvi dall’asta -. Ma l’allievo rispose : – No, maestro, così non funzionerebbe. Tu proteggi te stesso e io proteggerò me stesso. Se ognuno protegge se stesso e sta attento a se stesso, eseguiremo le nostre acrobazie, guadagneremo denaro e scenderemo sani e salvi dall’asta. Questo è il metodo -”
Samyutta Nikaya, vv. 168-178
BENESSERE
“Prima di tutto la salute, prima di tutto il benessere”
Questa comune affermazione contiene una profonda verità: “Tutti gli esseri vogliono la felicità e nessuno vuole la sofferenza”. Tuttavia per quanto si dica “non vogliamo soffrire” facciamo poco per capire le cause profonde che sono alla radice di molti nostri malesseri. La stessa malattia è il sintomo di una situazione più ampia e profonda. Inoltre vediamo la malattia come il nostro peggiore nemico ignari del fatto che essa stessa è il segnale d’allarme di un perduto equilibrio.

Secondo la saggezza popolare, quando la scarpa calza, il piede viene dimenticato, però quando la scarpa è scomoda, avvertiamo la presenza del piede in modo prevalente rispetto a tutto il corpo. Così pure quando stiamo bene, quando siamo felici, dimentichiamo il corpo.
Quando siamo infelici, quando non stiamo bene, necessariamente emerge il malessere, che si riflette sul corpo. Un malessere che magari nasce negli strati più profondi della coscienza,alcuni direbbero dell’anima,che inevitabilmente si riflette, prima o poi, sul corpo.
Quando stiamo male, ammesso che ce lo concediamo, è importante recuperare il senso della relazione con il proprio interno, al fine di giungere ad una conoscenza unitaria delle funzioni di tutti gli organi.
Purtroppo, per molti versi, abbiamo ancora ereditato, nella nostra cultura, il concetto di separatezza che si riflette in molti campi, non ultimo quello medico, per cui ci si può specializzare sulla funzione di un determinato organo, e sulla malattia che lo colpisce,ignorando poi il complesso insieme di relazioni che determinano la qualità della nostra vita.
Per capire cosa fare per giungere all’armonia di corpo, mente e spirito è importante accrescere una comprensione Olistica. Un primo passo che ognuno di noi può fare in questo senso è osservare la natura dentro e fuori noi.
Per ristabilire l’equilibrio a tutti i livelli è importante nutrire correttamente l’organismo, sia dal punto di vista fisico e psichico che spirituale.
Un valido aiuto per raggiungere un maggiore benessere, può venire dalla pratica regolare della meditazione. Per meditazione intendiamo l’espansione della coscienza grazie ad una sempre maggiore consapevolezza.
Grazie alla meditazione purifichiamo ed allineiamo il veicolo psicofisico alla realtà transpersonale e trascendente che viene chiamata, dalle varie tradizioni, con diversi nomi. L’impegno meditativo non esclude dunque l’attenzione e la cura psicofisica, anzi necessita di una profonda comprensione di quest’area per permetterci di realizzare la nostra natura transpersonale e spirituale. Questa attenzione e cura sono alla base delle diverse attività che l’Associazione Amita Luce Infinita propone.
Per ulteriori informazioni: www.psicosomaticaolistica.it