|
|
LA VIA DEL PELLEGRINO
Il pellegrinaggio della vita
Sin dai primordi della storia l'uomo ha viaggiato,
spinto dal desiderio di sopravvivere, di conquistare e di
conoscere il mondo. L'esplorazione del suo habitat gli ha
permesso di crescere, di aggregarsi e di creare gli
ordinamenti sociali. Durante tutto ciò non ha mai smesso di
interrogarsi sulla propria origine e sulla propria
esistenza. La storia insegna che da millenni l'uomo tenta di
spiegare l'universo e allo stesso tempo di scandagliare il
suo mondo interiore. Questo processo ha consentito di
espandere la coscienza grazie all'apporto di nuove
conoscenze. La ricerca, a volte confusa e a volte mirata, ci
ha permesso di fare un viaggio fuori e dentro di noi stessi.
Il pensiero è diventato un elemento importante di questa
ricerca. A volte razionale e scientifico, a volte riflessivo
e intuitivo, ci ha permesso di aggiungere un altro piccolo
tassello a questo enorme puzzle che chiamiamo verità.
In molte religioni e tradizioni spirituali la verità
coincide con la natura stessa del divino, ed è a questa che
noi tendiamo. Per ricerca spirituale si intende
essenzialmente incamminarci in questo viaggio usando
qualsiasi mezzo. Le varie pratiche religiose, i riti, le
feste, le celebrazioni, la preghiera, la meditazione e così
via, non sono che veicoli per giungere a destinazione ed
entrare in ascolto. Secondo una leggenda induista, un tempo
tutti gli uomini erano dèi, ma abusavano talmente della loro
divinità che Brahmâ, re degli dèi, decise di togliere loro
la potenza divina e di nasconderla dove non l'avrebbero mai
trovata. Dove nasconderla divenne il problema. Quando gli
dèi minori furono chiamati a consiglio per discuterne,
proposero: "Seppelliremo la divinità dell'uomo nelle viscere
della terra".
Ma Brahmâ replicò: "No, non basta, poiché l'uomo scaverà
e la troverà".
Allora gli dèi dissero: "Affonderemo la sua divinità
nell'oceano più profondo".
Ma Brahmâ obiettò: "No, poiché prima o poi l'uomo
esplorerà le profondità degli oceani, ed è certo che un
giorno la troverà e la riporterà in superficie".
Gli dèi erano scoraggiati: "Non sappiamo dove
nasconderla, perché sembra che non ci sia nessun posto sulla
terra o nel mare dove l'uomo non sia in grado di
raggiungerla".
Allora Brahmâ disse: "Ecco che cosa faremo con la
divinità dell'uomo: la nasconderemo profondamente in lui
stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio in quel
luogo".
Da allora l'uomo ha percorso tutta la terra esplorando,
arrampicandosi, tuffandosi e scavando, per cercare qualcosa
che è già dentro di lui.
A un attento esame, la nostra vita non è che un lungo
pellegrinaggio alla ricerca di noi stessi. Cominciai a
vivere questa ricerca interiore già da bambino. Ho ricordi
molto belli della mia infanzia, che sono rimasti impressi
dentro di me e che mi hanno permesso, diventato adulto, di
riprendere in mano le redini della mia vita e di continuare
la strada verso la libertà sul piano della ricerca
spirituale.
Sin da bambino ho amato la libertà di giocare nei campi
e sulle colline vicino a casa. Una volta che ebbi imparato
ad andare in bicicletta, cominciai a esplorare la bellissima
regione dove sono nato, il Friuli. Ogni estate prendevo il
treno con la famiglia per andare a trascorrere le vacanze
con i nonni materni in Basilicata. A volte facevamo il
viaggio, più di ottocento chilometri, in macchina, una
Seicento bianca guidata coraggiosamente da mio padre.
A scuola venivo a conoscenza delle imprese e dei viaggi
affascinanti di Gulliver, Ulisse, Marco Polo e tanti altri,
e leggevo i libri di Jules Verne. Durante gli studi liceali
mi colpì in particolar modo il viaggio che Dante intraprese
con il suo maestro e spirito guida, il poeta Virgilio,
descritto in modo sublime nella Divina Commedia. La lessi
come un processo interiore di purificazione e rigenerazione,
un vero e proprio pellegrinaggio ai luoghi sacri della
coscienza, nella quale abbiamo creato il nostro paradiso e
il nostro inferno. Dante rappresentava per me ogni uomo in
viaggio alla ricerca di se stesso, e presto le domande "Chi
sono? Che cosa voglio? Dove sto andando" divennero nella mia
mente interrogativi costanti, tanto da determinare le scelte
e il corso della mia vita.
La mia esperienza di ricerca nacque da piccolo, in
quanto il desiderio di autonomia e di libertà è sempre stato
molto forte in me. La mia prima conquista fu quella di non
andare all'asilo dalle suore; ricordo che lottai per ben due
settimane e vinsi quella prima battaglia. Immaginate di
combatterla oggigiorno! È una battaglia perduta in partenza
per gran parte dei bambini: entrambi i genitori lavorano e
non è più possibile lasciare i figli a giocare a casa o nei
campi. Io ebbi la grande fortuna di riuscire ad affermare il
mio dissenso sin da piccolo, sulla spinta di qualcosa di
profondamente salutare: un desiderio di libertà.
All'età di diciotto anni lasciai per la prima volta
l'Italia per inseguire un sogno, quello di diventare un
famoso batterista pop, e mi trasferii per circa un anno a
Londra. Qui incontrai culture e razze diverse, e mi resi
conto di quanto grande fosse il mondo. Iniziai a studiare
con un maestro indiano le tabla, uno strumento a percussione
costituito da due piccoli tamburi di dimensioni diverse che
vengono percossi con le mani. Il particolare uso delle dita,
che tambureggiano ritmicamente sulla pelle che ricopre i
tamburi, li rende strumenti di una espressività unica. Mi
innamorai dell'India e della sua musica e cominciai a
leggere i suoi grandi maestri di spiritualità: Ramakrishna,
Vivekananda, Aurobindo, Paramahansa Yogananda, e altri
ancora. A diciannove anni, ritornato in Italia per adempiere
al servizio di leva, sognavo di partire per l'India, per
perdermi nelle vibrazioni e nei colori di questa antica
terra. Durante il servizio militare, grazie a un commilitone
che era stato istruito nelle arti esoteriche del buddhismo
da un maestro tibetano, venni a conoscenza del Buddha e del
suo insegnamento: l'inscindibilità di saggezza e
compassione.
Durante quello stesso periodo, nel maggio del 1976, il
Friuli fu squassato da un violento terremoto e in pochi
secondi circa mille persone morirono sotto le macerie. In
quel preciso istante mi trovavo nudo sotto la doccia dopo il
mio consueto allenamento di judo. Alle prime vibrazioni
della terra mi fermai sulla porta e rimasi in ascolto,
percepii le scosse telluriche e una voce possente si alzò
dalla terra e riempì lo spazio. La luce nel frattempo era
mancata, e rimasi al buio. In quel preciso istante qualcosa
accadde in me, come in una donna in cui si rompono le acque
del parto. Gli apparenti poli opposti dell'esistenza, la
morte e la vita, per un millesimo di secondo avevano trovato
la sintesi nella vocazione al "risveglio". Mi resi conto che
la vita è una grande avventura, un continuo succedersi di
eventi in cui gioie e dolori di varia intensità si alternano
incessantemente.
L'esperienza della morte e della sofferenza rivelava
l'instabilità della vita, la sua precarietà. Compresi che è
compito di ognuno trovare il proprio equilibrio e il proprio
orientamento, al fine di portare a termine il viaggio nel
mare dell'esistenza.
L'arte del vivere divenne parte della mia filosofia, ed
ero desideroso di apprendere e di essere aiutato in questa
esplorazione. Mi sentivo in pellegrinaggio. Per molti
aspetti la meta era ancora lontana, fuori di me, ma
l'entusiasmo giovanile scorreva nelle mie vene. Per la
seconda volta lasciai l'Italia, attraversai la Manica e
tornai in Inghilterra (la "terra degli angeli").
Avevo appena compiuto ventidue anni, fra i miei bagagli
c'erano un sassofono alto, le tabla e due cembali cinesi. Da
tempo gli strumenti musicali erano divenuti i miei fedeli
compagni. Durante il viaggio, una chiave del mio sassofono
nuovo di zecca, comprato con i risparmi del lavoro del mio
precedente soggiorno a Londra, si ruppe e provai una così
profonda sofferenza che compresi l'importanza del distacco.
Volevo imparare a non soffrire. Finalmente era chiara la
meta del mio viaggio, ma dove mi avrebbe portato non lo
sapevo ancora. A Londra feci riparare il sassofono e
cominciai a cercare un maestro di saggezza.
Partendo dall'Italia mi ero fornito di diversi
indirizzi, e in un ristorante vegetariano a Padova avevo
sentito parlare di un centro buddhista vicino a Oxford dove
insegnavano monaci della tradizione theravâda, la più
diffusa nel Sud-est asiatico. Ero alla ricerca di una via,
desideroso di verità, volto al bene, pieno di speranza: non
in fuga dal mondo, ma tutto preso da un viaggio interiore
che aveva restituito alla mia esistenza una grande vitalità
e la percezione del sacro in ogni evento e luogo. Compresi
che la vera religione è vocazione alla vita, fiducia in se
stessi, nella propria esperienza, nel nostro viaggio, che è
morire e vivere a ogni istante. Divenni ricettivo ai
messaggi più profondi del mio cuore e tutto diventò magico:
entrai in uno stato di coscienza in cui semplicemente
lasciavo fluire. Sereno e rilassato, le cose accadevano e io
trovavo le risposte.
L'incontro con Achaan Sumedho, maestro e monaco
buddhista, fu come il riconoscimento di un padre da parte
del figlio. Sumedho divenne subito il mio padre spirituale.
Dopo un periodo di noviziato di circa due anni, nell'ottobre
del 1979, su un'imbarcazione in mezzo al Tamigi, presi i 227
voti monastici ed entrai come bhikkhu (monaco
itinerante) nella grande famiglia del sangha (la
comunità monastica buddhista). Ero il primo monaco
occidentale, discepolo di Achaan Chah e Achaan Sumedho, a
essere ordinato in Inghilterra. Il mio nome spirituale sarà
d'ora in poi Thanavaro,."Fondazione eccellente"
Per sedici anni ho vissuto seguendo uno stile di vita
semplice, meditativo e al tempo stesso laborioso, impegnato
nella costruzione di vari monasteri, prima in Inghilterra
(dove ho vissuto otto anni), poi in Nuova Zelanda. Dopo
dodici anni di vita all'estero, nel 1990 ritornai in Italia
e vi fondai il primo monastero theravâda. Incontrai altri
maestri che mi colpirono in modo profondo, tra i quali il
XIV Dalai Lama, il XVI Karmapa, Achaan Chah, Achaan
Buddhadasa, Mahasi Sayadaw, Taungpulu Sayadaw, Krishnamurti,
Namkhai Norbu e il maestro cinese Hsuan Hua. In diverse
occasioni feci visita a monasteri e luoghi sacri di tutte le
tradizioni spirituali, prima in Gran Bretagna e poi in
Svizzera, Thailandia, Birmania, Australia, Nuova Zelanda,
Stati Uniti, India, Nepal, Sri Lanka, Israele e Italia.
Viaggiare divenne parte del mio stile di vita, ma
l'esperienza, per quanto ormai abituale, produceva in me
sempre una grande meraviglia per il fascino e la bellezza
dell'incontro con nuove etnie, popoli, tradizioni e luoghi.
Ogni viaggio mi arricchiva: le persone, le città, i popoli e
le terre che visitavo mi parlavano della loro storia
passata, presente e futura. Alcuni di questi viaggi si
rivelarono veri e propri pellegrinaggi, esperienze ricche di
riferimenti devozionali che sollecitavano il mio spirito
nutrendomi di emozioni e intuizioni che mi colmavano di
stupore nel silenzio profondo della contemplazione
meditativa.
Quanta strada avevo fatto da quei primi passi mossi da
bambino alla ricerca di un equilibrio che mi permettesse di
camminare, correre e giocare! Allora la mia esigenza di
alzarmi in piedi e fare i primi passi era più forte dei
dolori provocati dalle cadute e dalle ginocchia sbucciate.
Molto spesso dimentichiamo che quei primi passi sono stati
formativi, esperienze determinanti per la nostra crescita.
Per camminare dobbiamo trovare il nostro centro e percorrere
la vita seguendo, come dice il Buddha, la "via di mezzo", la
via del perfetto equilibrio.
Questo illuminato, che presi a maestro, era Gautama
Siddhârtha, detto Sâkyamuni, il "Saggio dei Sakiya", o il
Buddha, figlio del governante di una piccola repubblica ai
piedi dell'Himalaya che, dopo aver lasciato all'età di
ventinove anni il palazzo paterno, si dedicò con ardore alla
vita ascetica. Dopo essersi dato all'ascesi per sei anni
nella foresta indiana, sottoponendo il corpo a pratiche
molto severe e con tale vigore che sin da quei primi anni
venne riconosciuto come un maestro da altri asceti, giunse a
una conclusione: bisognava evitare gli estremi tanto della
mortificazione del corpo quanto della sensualità. Ed è a
partire da questa conclusione che la sua pratica meditativa
produsse in lui riflessioni profonde circa la natura del
proprio essere. L'insegnamento che darà in seguito verrà
chiamato il dhamma (in sanscrito dharma) che conduce
all'illuminazione grazie alla via di mezzo, cioè alla
capacità di stare in equilibrio nel mezzo, con saggio
discernimento, per non cadere né a destra né a sinistra.
Il Buddha afferma che è essenziale andare oltre le
proprie opinioni per poter rimanere sul sentiero.
L'attaccamento alle proprie opinioni diventa spesso motivo
di discordia, di estremismi; le nostre idee cambiano ed
entrano in opposizione tra loro, creando conflitto e una
grande difficoltà a lasciarci andare a un confronto più
fluido e più armonico, a una maggior espansione della
coscienza a beneficio nostro e degli altri. Questa rigidità
la troviamo nella nostra stessa vita, ma è proprio la vita
che, in modi diversi, ci insegna a essere più elastici e
accoglienti. Le nostre resistenze sono moltissime, e finché
rimaniamo rigidi non possiamo lasciar fluire l'energia.
Soprattutto per quanto concerne la pratica meditativa è
importantissima questa apertura di mente e cuore, perché
l'energia venga accolta e ci porti a nuovi equilibri,
andando poi a confluire in altre aree della nostra
esperienza.
Dopo aver conseguito la suprema illuminazione, l'asceta
Gautama, ora diventato il Buddha, il "Risvegliato", animato
da immensa compassione volle divulgare il suo insegnamento.
Per ripagare un debito di gratitudine si ricordò dei suoi
due insegnanti, Âlâra Kâlâma e Uddaka Râmaputta, ma vide con
l'occhio della mente che entrambi avevano da poco lasciato
il corpo. Allora ripensò ai cinque compagni di ascetismo e
si mise in viaggio verso Vârânasî, per raggiungerli nel
Parco dei Daini di Sârnâth. Dopo alcuni giorni, giunse al
Parco dei Daini. Vedendolo arrivare, i cinque asceti
decisero di non andargli incontro per non dimostrare
rispetto al loro vecchio compagno di strada e per molti
versi maestro, il quale però, a loro parere, aveva imboccato
una via sbagliata. Si narra che, benché ce la mettessero
tutta per non manifestare rispetto e devozione, furono
colpiti dall'aura di luce che emanava dal corpo del Buddha e
gli espressero il loro rispetto. Gli prepararono un posto a
sedere, gli lavarono i piedi, gli offrirono da bere e
condivisero il cibo con lui. Era evidente che il loro
vecchio compagno di pratica aveva conseguito qualche
realizzazione.
Il Buddha, volendo condividere la sua conoscenza con i
cinque asceti, tenne loro un discorso che viene ricordato
come il "Discorso delle Quattro Nobili Verità", una vera
gemma nella formulazione dottrinale di una tradizione
spirituale. In poche parole il Buddha sintetizza tutto il
suo pensiero religioso estendendo il suo messaggio
all'intera umanità, senza distinzioni. La prima nobile
verità è la constatazione che esiste la sofferenza, la
seconda ne indica l'origine nell'ignoranza e
nell'attaccamento, la terza prospetta la fine della
sofferenza, e la quarta indica la via per mettervi fine. Il
messaggio del Buddha è di carattere universale e può essere
abbracciato da tutti poiché richiama l'attenzione
dell'essere umano sulla sua condizione, sulla sua stessa
esistenza, al di là di preconcetti, fedi, credenze e
dottrine metafisiche. Il Buddha ci invita a rivolgere una
profonda attenzione alla nostra esistenza così com'è, e a
riconoscere le cose così come sono. Probabilmente per questo
motivo il buddhismo, pur essendo considerato da molti una
religione specifica, è un sentiero spirituale adatto
all'intera umanità. È un insegnamento realisticamente
ottimista e universale.
Chiunque ci insegni a percorrere una strada verso la
libertà e l'amore è una guida spirituale. Negli anni '70
molti giovani si recarono in India per incontrare un guru,
un maestro, colui che rimuove l'oscurità e il dolore dal
cuore del discepolo. Le Kumbha-melâ, le grandi celebrazioni
religiose del calendario induista, sono a tutt'oggi
occasioni uniche per l'incontro di guru, svâmin, sâdhu,
asceti e fedeli. La presenza concentrata di così tanti
santi, mistici e asceti, diventa motivo di devozione per
milioni di induisti che considerano di buon auspicio vederli
e toccarli. Essi sono una luce nel mondo; la loro pace,
saggezza e amore trasmettono gioia e serenità.
Queste grandi adunanze di maestri, mistici e asceti
provoca un enorme afflusso di pellegrini provenienti da ogni
luogo, spinti dal desiderio di provare l'esperienza del
darçana, l'incontro con un santo. I luoghi dove avvengono
tali raduni sono famose mete di pellegrinaggio. Da sempre,
in tutto il mondo, i fedeli delle diverse tradizioni
spirituali intraprendono almeno un pellegrinaggio nella loro
vita. Gerusalemme è la città santa per ebrei, cristiani e
musulmani, e per questi ultimi recarsi in pellegrinaggio
alla Mecca è un dovere religioso. Fatima, Lourdes,
Medjugorje, Roma, Assisi e San Giovanni Rotondo sono per
molti cristiani luoghi santi di venerazione, e tanti altri
sono mete di pellegrinaggi che ci riempiono di grandi
emozioni. Le vette di molte montagne sono ritenute sacre, e
così alcuni fiumi, ad esempio il Gange, o intere regioni
geografiche; basti pensare a Israele, considerato da molti
la Terra Santa, o il Tibet, che prima dell'invasione cinese
era la terra votata alla ricerca mistica del buddhismo
vajrayâna.
Intraprendere un pellegrinaggio ci aiuta a dare un senso
alla nostra vita. Uscendo dai luoghi comuni, dalle abitudini
e dalla routine quotidiana, riprendiamo contatto con le
nostre forze vitali. Esercitando la volontà, il pensiero e
il sentimento raggiungiamo la meta e ci connettiamo con le
vibrazioni del cuore che entra in sintonia con i luoghi
sacri e viene trasportato a stati di coscienza più elevati.
Proviamo sentimenti di devozione e di amore, accediamo
tramite la preghiera, la meditazione, la riflessione, la
contemplazione e l'intuizione a una conoscenza profonda.
Partecipiamo ai misteri della terra, delle sue leggi sottili
e spirituali. Comprendiamo la vita di tanti uomini e donne
che si sono dedicati all'esercizio spirituale fino a
trasformarsi completamente, liberandosi dal giogo della
sofferenza e dell'ignoranza.
Il pellegrinaggio ci aiuta ad andare oltre noi stessi.
Per farlo dobbiamo superare paure e attaccamenti, e
confrontarci con le nostre resistenze. Rinunciamo alla
sicurezza dell'ambiente a noi familiare, diveniamo
consapevoli della nostra interdipendenza e al tempo stesso
sentiamo di essere soli. Entriamo in contatto con una
dimensione soggettiva ricca di stati d'animo, mossa da forti
energie sottili che possono portarci a sperimentare visioni,
guarigioni, estasi. Penetriamo in una dimensione di ricerca
che richiede tutta la nostra forza ed energia, tutta la
nostra fede, per far splendere la luce della conoscenza che
ci farà uscire dai nostri condizionamenti ed egoismi.
Non dobbiamo dimenticare che la meta a cui aspiriamo è
una meta spirituale, interiore: il sincero riconoscimento di
chi siamo. Se è vero che siamo esseri umani con la
possibilità di trovare la luce, è anche vero che la nostra
responsabilità di esseri umani è quella di manifestare
questa luce nel mondo, nelle nostre relazioni. Questa
ricerca è sempre volta al bene, perché nella spiritualità il
fine non giustifica mai i mezzi. Spesso ciò che ci frena
nell'intraprendere una pratica spirituale è la mancanza di
fiducia, che deriva dal non avere un'esperienza diretta, dal
non esserci applicati con entusiasmo, con apertura. Dobbiamo
sempre avere fiducia in noi stessi. Quando non c'è fiducia,
stiamo dando credito alle nostre resistenze e alla nostra
pigrizia, perché uscire dai vecchi schemi richiede molta
energia e forza. Non bisogna aver paura degli sbagli, perché
fanno parte del cammino.

Possiamo intraprendere un pellegrinaggio da soli o con
altri. Strada facendo conosceremo di più noi stessi e
acquisteremo maggiore tolleranza e comprensione, impareremo
a essere elastici, ad accettare l'imprevisto, a vivere le
cose nell'intimità del cuore, soli ma sempre accompagnati e
sostenuti dalla vita. Il pellegrinaggio è una particolare
forma di espressione della fede di uomini e donne di tutto
il mondo, appartenenti alle più disparate tradizioni
spirituali, scuole filosofiche o idee politiche. C'è sempre
un luogo considerato "altro da noi" e sacro. Un luogo da
raggiungere, da esplorare e conoscere. Questo viaggio
richiede spesso di percorrere lunghe distanze; di
attraversare fiumi, laghi, mari e oceani; di salire su una
montagna per raggiungerne la vetta. A volte ci permette di
affrontare e superare le nostre paure, come quella di
prendere un aereo e volare nel cielo.
Arriviamo al "luogo alto", il santuario, la chiesa, il
tempio o semplicemente la terra, l'acqua, il fuoco o uno
spazio sentito come sacro, che diventa per noi il punto di
intersezione del piano orizzontale con il piano verticale.
Se ciò accade accediamo ai beni dello spirito, abbiamo una
percezione del divino ed entriamo nel gioco sinergico
dell'esistenza, indicato a volte come la danza sacra del
cosmo. In quel momento diveniamo la meta, siamo arrivati,
santificati, consacrati, benedetti. Alla fatica subentra la
pace, i nostri pensieri e le emozioni si trasformano, il
cuore si apre, la nostra volontà è rinnovata. In questi
luoghi avvengono conversioni e iniziazioni, eventi
soprannaturali, riceviamo i doni spirituali, riscopriamo noi
stessi. Avendone fatto esperienza personale e avendone
tratto ispirazione ed enormi benefici, in questo anno 2000,
l'anno del grande Giubileo, mentre la città di Roma è in
fermento e nel caos per il grande evento che vede milioni di
pellegrini cristiani giungere da ogni angolo della terra,
vorrei rendervi partecipi raccontandovi uno dei miei tanti
pellegrinaggi. Un viaggio che per me ha significato la
realizzazione di un sogno e la scoperta di una realtà
interiore di grande pace, luce e amore.
(Tratto dal Libro: “La via del Pellegrino – Visita ai Luoghi
Sacri del Buddha di Mario Thanavaro – Promolibri Magnanelli
Editore).
----------------------------------------------------------------------------------------------------
Cenni biografici sull’autore
|
MARIO
THANAVARO nasce in Friuli nel 1955. Motivato da
un grande interesse per le arti, fin da giovanissimo
studia judo, musica, danza e recitazione. A diciotto
anni si reca in Inghilterra per seguire la sua
aspirazione di musicista. Dopo otto mesi trascorsi a
Londra, torna in Italia per gli obblighi di leva.
Qui inizia un intenso periodo di introspezione, sia
attraverso la fede cristiana, sia attraverso la
scoperta del buddhismo, di cui gli parla un
commilitone discepolo di un maestro tibetano. La sua
ricerca spirituale diviene più urgente dopo il
terremoto in Friuli del 1976, in cui perdono la vita
circa mille persone. In seguito, leggendo un libro
di Christmas Humphreys, viene a conoscenza di centri
buddhisti in Inghilterra. Così, all’età di ventidue
anni, torna in Inghilterra dove incontra Ajahn
Sumedho, maestro e monaco buddhista. Nell’ottobre
del 1977 diventa anagarika (senza dimora) a Londra,
e l’anno successivo diventa samanera (novizio).
Riceve la piena ordinazione (upasampada) nel 1979 su
un’imbarcazione del Tamigi dal suo precettore
Saddhatissa Maha Thera, divenendo il primo monaco
occidentale del lignaggio di Ajahn Chah ordinato in
Inghilterra. Il suo nome sarà d’ora in poi Thanavaro
(Fondazione Eccellente). Riceve gli insegnamenti di
Ajahn Sumedho, e come monaco itinerante visita la
Svizzera, la Thailandia, la Birmania, l’Australia,
la California, l’India, il Nepal, lo Sri Lanka, la
Germania ed Israele. Incontra altri maestri che lo
ispireranno profondamente, tra i quali lo stesso
Ajahn Chah, il XIV Dalai Lama, il XVI Karmapa, Ajahn
Buddhadasa, Mahasi Sayadaw, Krishnamurti, Namkhai
Norbu Rinpoche e Hsuan Hua. La sua ricerca
spirituale lo porta a contatto con altre tradizioni
e a interessarsi del tema dell’educazione. Dopo
dodici anni di vita trascorsi principalmente in
Inghilterra e Nuova Zelanda, dove contribuisce alla
fondazione e allo sviluppo di alcuni monasteri, nel
1990 torna in Italia e fonda il primo monastero
Theravada. Nel settembre del 1995, durante una
suggestiva cerimonia al monastero Mahayana dei
Diecimila Buddha, in California, riceve la
trasmissione dei precetti di bodhisattva. Dopo
diciotto anni di vita monastica, di cui gli ultimi
sei impiegati come abate, insegnante di meditazione,
presidente dell’Unione Buddhista Italiana e membro
della Fondazione Maitreya, decide di ritornare allo
stato laicale, aspirando a una ricerca spirituale
meno formalizzata e più immersa nella quotidianità.
Continua a insegnare meditazione, ispirato da un
approccio olistico e intertradizionale. Assieme alla
Dottoressa Enzina Luce Franzese, psicologa e
psicoterapeuta, è fondatore dell’Associazione Amita
Luce Infinita per il risveglio delle coscienze. Come
amico e guida spirituale conduce incontri e ritiri
di meditazione in varie città d’Italia. È autore dei
libri “Non creare altra sofferenza”, “Verso la
luce”, “Da cuore a cuore”, “Uno sguardo
dall’arcobaleno”, “Meditiamo insieme”, tutti
pubblicati da Ubaldini. Per la collana Spiritualità
Sperimentale della Promolibri Magnanelli ha
pubblicato “La via del pellegrino - Visita ai luoghi
sacri del Buddha”. Per la collana Amita ha
pubblicato “In memoria di Ajhan Chah” e “Quando un
fiore si apre”. |

Magnanelli Edizioni
Via Malta, 36/14 - 10141 Torino
Tel. 011-3821049 Fax 011-3821196
LINK:
http://www.cesarepegoraro.com |
|