Buddhismo

       
 
 
   
   
 
 
 
 
 
 
 
   
 
 

PERCHE’ IL BUDDHISMO IN ITALIA?

di Mario Thanavaro

Per rispondere bene a questa domanda a mio avviso è necessario fare una premessa. Ogni epoca storica è caratterizzata da un contesto sociale, politico-economico e religioso unico. All’inizio del terzo millennio ci troviamo a vivere in un mondo globale e a confrontarci con una realtïà sempre più pluralista determinata dallo sviluppo di contesti multietnici, multiculturali e multireligiosi la cui formazione e complessità è spiegabile con il principio dei vasi comunicanti: “Quando in un’area si crea il vuoto e in un’altra è il pieno, il travaso dal pieno verso il vuoto si produce inevitabilmente”. Questa è una legge di natura che determina gli stessi flussi migratori degli uccelli, periodicamente alla ricerca di un luogo con un clima più favorevole alla conservazione della specie. Lo stesso accade per gli esseri umani. E’ oramai evidente che il dislivello demografico ed economico tra regioni ricche e regioni povere del mondo è tra le cause principali del fenomeno dei flussi migratori dai paesi poveri e superpopolati verso quelli ricchi e in molti casi in crisi di natalità. Ciò è accaduto anche nell’Italia del secondo dopoguerra quando diverse migliaia di nostri connazionali hanno lasciato la loro terra alla ricerca di un lavoro e di migliori condizioni di vita all’estero. Gli effetti di questi flussi sono oramai evidenti a tutti noi; oggigiorno più che in qualsiasi altro periodo storico siamo esposti a nuove culture, tradizioni, religioni e nuove forme di pensiero e spiritualità. La presenza del Buddhismo in Italia si inserisce in questo nuovo quadro sociale. Gli immigrati asiatici di fede buddhista (se ne contano più di cinquantamila nel nostro paese) hanno portato con sè non solo il loro bisogno di fortuna e benessere economico ma anche un grande dono: la loro cultura, le loro tradizioni e le loro credenze religiose, ricche di riti ed espressione di un profondo pensiero filosofico. Tuttavia non si può dire che non ci fossero stati dei contatti precedenti con l’insegnamento del Buddha Sakyamuni; infatti la conoscenza del Buddhismo in Italia risale al periodo dell’impero romano che ne era venuto a conoscenza tramite i contatti con i regni ellenistici che già da tempo avevano stretto legami con la cultura orientale. I resoconti di autori dell’epoca come Arriano, Plutarco, Strabone, il testo del I° secolo d.C. intitolato “Le domande del re Milinda” e così pure diverse reminiscenze orientali nel pensiero filosofico greco-ellenistico, ci forniscono un’ interessante testimonianza di questo fertile scambio. Da allora i contatti furono molteplici. Basti pensare a Marco Polo (1254-1324), al Padre Matteo Ricci (1552-1610), che soggiornò a lungo in Cina, e al Padre Ippolito Desideri, che tra il 1715 e il 1721 visse in Ladakh e in Tibet. Gli studi per la conoscenza del Buddhismo in Italia si sono poi intensificati a partire dal XIX e XX secolo. Attualmente la cultura e la pratica buddhista è promossa in vari modi in Italia. La Fondazione Maitreya, grazie all’instancabile opera del suo fondatore Vincenzo Piga, rimane anche dopo la sua scomparsa, promotrice di un fertile scambio culturale e dialogo interreligioso che contribuisce allo sviluppo di una nuova realtà sociale in Italia ove la libertà religiosa comincia a trovare spazio e un maggiore riconoscimento istituzionale. Come ha detto Paolo Naso, direttore del mensile “Confronti” in un dibattito su questo tema: <<Noi stiamo vivendo una fase culturale estremamente delicata e importante, quella in cui da un singolare dello spirito della fede stiamo faticosamente passando al plurale>>. Il passaggio è dalla religione degli italiani all’Italia delle religioni”. Come dice Sua Santità il Dalai Lama, uno dei massimi esponenti del Buddhismo nel mondo: “Il fatto che esistano diverse tradizioni religiose è una cosa ottima per gli esseri umani, in quanto ognuna di esse ha attinenza e si occupa di un certo gruppo di loro, in un particolare tipo di società e cultura”. Lo studio delle diverse religioni ci può essere di grande aiuto nel percorso dell’autoconoscenza e dell’amore. Questo è  il punto di convergenza di tutti i saggi, i profeti, i maestri, le maestre e i santi di tutti i tempi. Questa è la chiave che apre il cuore degli esseri, questa è la via per giungere alla gioia, alla pace, alla libertà. Considero le religioni e le fedi come le vie di una città che conducono tutte allo stesso “centro”. Tutte le religioni promuovono una mente positiva e valori universali quali l’amore, la gentilezza, la compassione e la pace. Se comprendiamo questo punto ci renderemo conto, come dice l’antropologo Carlos Castaneda, che “qualsiasi via è solo una via, e non c’è nessun affronto a se stessi o agli altri nell’abbandonarla. Esamina ogni via con accuratezza e ponderazione. Quindi poni a te stesso una domanda “Questa via ha un cuore? Se lo ha, la via è buona. Se non lo ha, non serve a nulla”. Vero pioniere in questa ricerca è stato il ven. Lokanatha (al secolo Salvatore Cioffi), nato a Milano nel 1897, ultimo di sei fratelli, da una famiglia cattolica che contava un sacerdote tra i suoi membri. Laureatosi in chimica e avvicinatosi a 25 anni al Buddhismo grazie alle letture di tutte le opere allora disponibili, in italiano ed in inglese, decise all’età di 28 anni di licenziarsi da una nota azienda americana per imbarcarsi per l’India e di qui per lo Sri Lanka, ove studiò e approfondì l’insegnamento del Buddha. Nel 1925 si recò in Birmania e all’età di 28 anni prese i voti da monaco. Sono molte le storie relative alla scelta di vita, eccezionale per quei tempi, di questa singolare figura. Le appresi quando io stesso, recatomi in Inghilterra all’età di 22 anni alla ricerca di un monastero buddhista, divenni dopo due anni di noviziato monaco Theravada all’interno della Scuola thailandese dei “Maestri della Foresta”. Il ven. Lokanatha dimostrò in tutta la sua vita monastica una determinazione e una dedizione eccezionali e si adoperò in tutti i modi per la diffusione degli insegnamenti del Buddha in tutto il mondo. Recatosi in Italia per un breve periodo di convalescenza in seguito ad un grave attacco di dissenteria trovò i suoi parenti particolarmente ostili; non approvando la sua scelta di fede, non solo non gli fornirono il biglietto di ritorno ma lo privarono anche del suo passaporto. Si racconta che il ven. Lokanatha impiegò otto mesi a piedi per ritornare in India. Molti anni più tardi, negli anni settanta, diversi italiani si sarebbero recati in Oriente alla ricerca di se stessi e nel tentativo di scoprire una libertà e una spiritualità che il mondo occidentale sempre più tecnologico, scientifico e laicizzato stava perdendo. Infatti l’affermarsi del mondo moderno, con i suoi progressi nelle scienze empiriche, nelle tecniche e nelle discipline liberali, aveva di fatto relegato il Cristianesimo, che per millenni era stato il fulcro della civiltà occidentale, a semplice tradizione religiosa. Quando, dopo oltre 12 anni di vita monastica trascorsi in Inghilterra, Thailandia e Nuova Zelanda, ritornai in Italia, trovai che gli insegnamenti del Buddha che erano prima sconosciuti alla maggioranza degli italiani si erano radicati nel nostro paese in varie forme. Di fatto il ritorno di coloro che si erano volti ad oriente alla ricerca di un maestro spirituale e di una via d’Illuminazione, aveva gettato le basi per la crescita di diversi centri che diffondevano le principali scuole del pensiero buddhista così come si sono sviluppate nel corso degli ultimi 2500 anni. La fede buddhista poggia su questi 3 fondamenti: il Buddha, il Dhamma e il Sangha. Saggezza, Verità e Virtù. Questi sono anche chiamati i Tre Gioielli: rappresentati dal “Buddha” il maestro per eccellenza, saggio e compassionevole; dal “Dhamma”, l’insegnamento che conduce alla Verità e alla Pace; dal “Sangha”, la comunità degli uomini e delle donne desiderosi di dedicare la loro vita alla pratica spirituale per realizzare questa verità. La presa di rifugio nei Tre Gioielli costituisce il momento di “conversione“, inteso non come adesione ad una nuova Chiesa bensì come cambiamento interiore, un nuovo modo di sentire e di vedere la realtà. Tre sono le principali scuole che si rifanno al messaggio di saggezza e amore universale del Buddha (che insegnò la sua dottrina in India attorno il VI secolo a.C.): la tradizione Theravada, detta anche la “Scuola degli Anziani”, in quanto si rifà al Buddhismo delle origini, tuttora presente nei paesi del Sud Est Asiatico (Sri Lanka, Thailandia, Myanmar, Laos,Cambogia e parte del Vietnam); la Tradizione Mahayana, che fiorì prevalentemente in Cina, Giappone, Corea e parte del Vietnam; la tradizione Vajrayana che si diffuse nel Tibet tra l’XI e il XIII secolo d.C. Il motivo per cui tanti italiani si rivolgono al Buddhismo sono molteplici, ma a mio avviso sono tutti riconducibili all’universalità del suo messaggio secondo il quale raggiungere la propria salvezza , per tutti, compito immediato. Il Buddha afferma che se un uomo è stato ferito da una freccia, non procrastinerà l’estrazione del dardo chiedendo notizie in merito al feritore o alla lunghezza e fattura del dardo. Il suo insegnamento ci incoraggia a guardare in viso la vita come essa è in realtà, apprendendo sempre per esperienza personale, diretta. Il Buddha insegnò quattro Nobili Verità: L’onnipresente esistenza della sofferenza nella vita; la sua causa: il desiderio mal diretto che consiste nella brama egoistica e in ogni genere di attaccamento e avversione; la sua cura: la rimozione di tale causa; l’Ottuplice Sentiero, che conduce al termine della sofferenza e si presenta come un percorso di crescita interiore a gradini.

La crescita del Buddhismo in Italia riflette anche un impegno sincero e genuino di molte persone interessate ad un modello di vita spirituale fondato sulla comprensione reciproca, la convivenza civile e democratica, la pace. Il crescente numero di persone interessate all’insegnamento  del Buddha è stato possibile anche grazie ad un maggiore coordinamento tra i vari centri che aderirono all’iniziativa, promossa tra gli altri da Vincenzo Piga, di fondare il 17 aprile 1985 l’Unione Buddista Italiana (U.B.I).  A quel piccolo nucleo originale si sono aggiunti negli anni altri centri di Dharma (cioè di  pratica della dottrina  del Buddha) e oggigiorno, tra centri e fondazioni, sono 42 gli iscritti, rappresentativi di diverse decine di migliaia di praticanti buddhisti in Italia, ai quali si aggiungono circa 100.000 immigrati asiatici e oltre 70.000 praticanti della Soka Gakkai International, scuola legata alla tradizione Nichiren giapponese. L’incremento e l’espansione del Buddhismo in Italia è culminato con il riconoscimento legale dell’Unione Buddhista Italiana (U.B.I.) come ente religioso, con Decreto del Presidente della Repubblica del 3 gennaio del 1991.

L’intesa, prevista dall’articolo 8 della Costituzione, regola i rapporti tra la religione buddhista  e lo Stato, garantisce i fondamentali diritti di libertà religiosa (per esempio esercitare l’assistenza spirituale ove venisse richiesta: nei luoghi di cura, nelle carceri, nelle forze armate, negli obitori, nella scuola pubblica). E’ una conquista importante a livello istituzionale e conferma che la fede buddhista può partecipare attivamente all’armonia e alla pace in una società multietnica come quella dell’Italia. L’intesa tra lo stato italiano e l’Unione Buddhista Italiana, richiesta fin dal 1986, è stata ratificata l’11 dicembre 2012. Nell’occasione il relatore Roberto Zaccaria ebbe modo di dichiarare: «Questo voto riveste un’importanza storica. Si tratta [con l’intesa con l’Induismo] delle prime due intese con confessioni non cristiane nel nostro paese in attuazione dell’art.8 della Costituzione». Il 17 Gennaio 2013 la legge è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale che rende effettiva la sua applicazione.  L’intesa, prevista dall’articolo 8 della Costituzione, regola i rapporti tra la religione buddhista  e lo Stato, garantisce i fondamentali diritti di libertà religiosa (per esempio esercitare l’assistenza spirituale ove venisse richiesta: nei luoghi di cura, nelle carceri, nelle forze armate, negli obitori, nella scuola pubblica). E’ una conquista importante a livello istituzionale e conferma che la fede buddhista può partecipare attivamente all’armonia e alla pace in una società multietnica come quella dell’Italia.

Sul piano del dialogo interreligioso tra il Buddhismo e il Cristianesimo si è riscontrato un particolare interesse da parte di esponenti di entrambe le fedi ad incontrarsi in uno spirito di profondo rispetto, soprattutto in ambito delle congregazioni monastiche contemplative dove è più facile trovare elementi comuni, quali l’amore per uno stile di vita semplice, l’osservanza del silenzio e delle regole monastiche, la pratica della preghiera e della meditazione. In occasione di una di queste iniziative, al termine di un soggiorno di monaci Zen in vari monasteri benedettini, il Papa Giovanni Paolo II si rivolse ai discepoli di S. Benedetto in questi termini: “Il vostro specifico contributo al dialogo interreligioso non consiste tanto nell’entrare in un dialogo esplicito, perchè la vostra regola è principalmente il silenzio, la preghiera e la testimonianza di vita comune; ma voi potete fare molto con la vostra ospitalità per promuovere un incontro spirituale in modo profondo. Aprendo la vostra casa e il vostro cuore, come avete fatto in questi giorni, voi siete veramente nella tradizione del vostro santo Padre Benedetto. Voi applicate ai fratelli-monaci che sono venuti da altri orizzonti e da una tradizione religiosa molto diversa, il bel capitolo della sua Regola sull’accoglienza degli ospiti”. Mi sembra che questa raccomandazione del Papa possa essere accolta anche in ambito laico al fine di favorire un’integrazione e uno scambio a tutti i livelli tra gli immigrati buddhisti e la già presente comunità italiana. Un vero sviluppo sociale sarà possibile nel nostro paese se comprenderemo che l’incontro con gli appartenenti ad altre culture è una risorsa in più, può arricchirci in diversi modi, ci può aiutare ad espandere la coscienza e, allargando i nostri confini, a vedere nuovi orizzonti. Solo così capiremo che la verità e il sacro non sono patrimonio esclusivo di alcuna fede e che il vero incontro tra l’Oriente e l’Occidente avviene dentro ciascuno di noi ogni qualvolta scopriamo la complementarietà e la ricchezza del messaggio di altre culture e fedi religiose. Se è vero che tutte le religioni mondiali tendono ad aiutare gli individui a trovare maggiore pace e armonia dentro di loro, è anche vero che esse devono fare sentire la loro voce per rendere questo mondo un luogo più sicuro e vivibile per tutti. A proposito del sempre maggiore interesse da parte degli occidentali e più in particolare degli italiani nei confronti del Buddhismo, il Dalai Lama in più occasioni ha detto che non è sua intenzione convertire ma che nella situazione attuale vi è certamente un bisogno sempre più grande di comprensione umana e di senso di responsabilità universale. In un’altra occasione ha dichiarato: “Ho sempre ritenuto che sia molto più vantaggioso avere a disposizione una varietà di fedi religiose e di filosofie, piuttosto che una singola religione o filosofia. Ciò necessario in ragione delle differenti disposizioni mentali di ogni persona”. E ancora: “Sono solito dire che la religione universale è l’amore compassionevole e se cè una religione universale bisogna riconoscerla nella pratica del buon cuore. A qualsiasi religione una persona appartenga, mi sembra che la cosa più importante da fare sia praticare l’altruismo, l’amore e la compassione”. E’ ancora vivo in me il ricordo dell’incontro del 27 ottobre 1986 ad Assisi, voluto da Papa Giovanni Paolo II, che invitò i leader delle più grandi religioni mondiali ad una giornata di preghiera e di digiuno sulla tomba di S. Francesco per invocare la pace e la fratellanza in tutto il mondo. Nel suo discorso, rivolgendosi ai tanti presenti, ad un certo punto disse: Noi abbiamo un sentiero comune, ed  “il rispetto della coscienza”. A questo incontro storico sono seguiti altri, ad indicare l’importanza di trovare una sola voce per affermare, attraverso l’adesione alla propria fede, l’importanza di fare un percorso e un lavoro interiore profondo che ci possa aiutare a trovare il modo di vivere assieme nel rispetto delle reciproche diversità.