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:: BUDDHISMO ::

 

 

 

 

 

 

       
 
 
   
   
 
 
 
 
 
 
 
   
 
 

 

 

Tratto dal Libro "Quando un fiore si apre" di Mario Thanavaro

Edizioni "Collana Amita"

Prefazione di Giuliano Giustarini


Si è molto dibattuto circa la natura del buddhismo: è una religione, una filosofia, una psicologia? A questo specifico quesito, il Dalai Lama una volta rispose che il buddhismo è tutte e tre le cose insieme: una religione, una filosofia e una “scienza della mente”. Nel buddhismo, infatti, questi tre aspetti non si escludono reciprocamente, ma si integrano in quella che Corrado Pensa ha definito concisamente ed efficacemente una “pratica”. Quello che in Occidente chiamiamo buddhismo, infatti, può essere visto come uno strumento di trasformazione interiore, il cui fine ultimo è di liberare l’uomo dalla sofferenza esistenziale. Nella visione buddhista l’uomo, a causa dei limiti che gli impone la prospettiva egoica, è vittima di una contrazione della mente-cuore. Questa contrazione, questa increspatura dell’animo, è chiamata in lingua páli dukkha, termine che per comodità traduciamo con “sofferenza”. Per ribaltare questa prospettiva è necessario un addestramento, una “pratica” che educhi il cuore a coltivare i fattori salutari, benefici, e a sciogliere i legami che lo imprigionano.
Nel corso della sua storia il buddhismo ha saputo diversificarsi, elaborare e raffinare gli strumenti del lavoro interiore adattandoli al contesto culturale in cui si è trovato a operare, pur mantenendo le sue fondamenta originarie. Questa evoluzione si è concretizzata nello sviluppo di tre tradizioni principali: il Theraváda (che fa riferimento ai testi più antichi e che si è diffuso soprattutto nello Šri Lanka e nel Sud-est asiatico), il Maháyána (in seno al quale è sorto lo Zen, diffuso nei Paesi dell’Estremo Oriente) e il Vajrayána (il buddhismo tibetano, che ha come suo massimo rappresentante il Dalai Lama).
La scuola della foresta che si ispira agli insegnamenti di Ajahn Chah è una scuola thailandese del buddhismo Theraváda. Non è affatto raro che nelle grandi tradizioni religiose emergano figure capaci di dare una nuova linfa agli insegnamenti originari, vivendoli in profondità e presentandoli in modi che toccano da vicino il cuore delle persone. Ajahn Chah è indubbiamente una di queste figure. Sebbene Ajahn Chah avesse una buona conoscenza della letteratura páli, la sua priorità assoluta è sempre stata “vivere il Dharma”, ovvero attingere direttamente e in profondità al significato più autentico degli insegnamenti del Buddha, spogliandolo da intellettualismi e malintesi. Il suo stile, che qualcuno ha accostato a quello dei maestri Zen, è quello di indicare continuamente la meta del cammino interiore, ma senza creare alcun senso di separazione tra il cammino e la meta. Il linguaggio, benché estremamente semplice, è molto attento a non incoraggiare le abitudini mentali permeate da attaccamento e avversione. Queste inclinazioni fanno sì che Ajahn Chah non si sofferma spesso sulla meta della pratica, il Nirvana, conscio della tendenza della mente a idealizzare e concettualizzare. Quando ne parla, non lo presenta come un punto lontano nel tempo e nello spazio, ma lo chiama “la nostra vera casa”: una dimensione sempre presente, onnipervasiva, in cui è possibile rifugiarsi in ogni momento, una dimensione accessibile ogni qualvolta le nubi della confusione, dell’attaccamento e dell’avversione si diradano. Lo stile profondo e allo stesso tempo conciso di Ajahn Chah ha attratto molti occidentali, che negli anni hanno scelto di vivere come monaci nella foresta seguendo le indicazioni del maestro thailandese. Il primo di questi occidentali è stato Ajahn Sumedho, maestro diretto di Thanavaro. Nato a Seattle, Ajahn Sumedho ha viaggiato in Oriente per molti anni, approfondendo la sua pratica di meditazione buddhista in Thailandia fino a scegliere di impegnarsi totalmente nell’addestramento monastico. La pratica sotto la guida di Ajahn Chah lo spinse a confrontarsi apertamente con se stesso, non senza enormi difficoltà, sviluppando le profonde qualità insegnate dal Buddha.
L’insegnamento di Ajahn Sumedho è per molti versi simile a quello di Ajahn Chah, dal momento che sottolinea le stesse priorità e presta attenzione ai tranelli in cui cade facilmente la mente dualistica. Diversamente da Ajahn Chah, il quale, conforme al suo stile estremamente asciutto, ammoniva i praticanti a non indugiare nella proliferazione mentale, Ajahn Sumedho incoraggia a investigare la realtà non soltanto per mezzo della consapevolezza silenziosa (sati), ma anche della propria capacità di riflettere. Ben inteso, anche per Ajahn Sumedho c’è un’enorme differenza tra il rimuginare, dalle cui ossessioni mette ripetutamente in guardia, e il riflettere, che è un’attività mentale che si svolge alla luce della consapevolezza.
In un certo senso, si può dire che da una parte Ajahn Chah mette una diga alle proliferazioni discorsive della mente. Ajahn Sumedho, dall’altra, sceglie di convogliare le energie della mente in un’attività saggia. Due approcci lievemente diversi che però convergono sull’uso combinato di consapevolezza e saggezza (sati-paññá) per penetrare il velo delle contaminazioni mentali e liberarsi da dukkha. La creatività degli insegnamenti di Ajahn Sumedho ha messo in una nuova luce pratiche molto importanti del buddhismo Theraváda come la pratica della mettá, cioè la pratica della gentilezza amorevole. Spogliandola dai pregiudizi secondo cui sarebbe poco più di una pratica consolatoria, la mettá diviene nel pensiero di Sumedho una forma di saggezza, di comprensione della natura dei fenomeni, in una relazione aperta e intima con tutto ciò che attraversa il campo dell’esperienza: la consueta prospettiva egoica (io-mio) si allenta grazie all’apertura del cuore (mettá) e alla comprensione profonda (paññá), le quali agiscono in una simbiosi talmente stretta da configurarsi come due facce della stessa medaglia. Sulla spinta di Ajahn Chah e Ajahn Sumedho, sono stati fondati numerosi monasteri in tutta la Thailandia e in Occidente (in Inghilterra, Scozia, Svizzera, Stati Uniti, Italia, Australia e Nuova Zelanda). I monaci della foresta vivono esclusivamente di ciò che viene loro donato, non maneggiano denaro e seguono scrupolosamente i precetti monastici. È sorprendente che una comunità di persone che vivono in questo modo possa sopravvivere e fiorire in una società occidentale. Eppure, sembra che l’intima aspirazione verso la liberazione, comune in ogni essere umano indipendente dalla cultura di appartenenza, sia beneficamente risvegliata dall’incontro con queste persone dedite agli insegnamenti del Buddha: la pratica del Dharma, in forma laica o monastica, prende sempre più piede anche in Occidente, rispondendo ai bisogni profondi del genere umano.
Thanavaro è stato per circa diciotto anni monaco nella tradizione dei monaci della foresta, ricevendo gli insegnamenti di Ajahn Sumedho e di Ajahn Sucitto (altro discepolo occidentale di Ajahn Chah). Lo stile di Thanavaro presenta, rispetto a quello di altri insegnanti della scuola della foresta, numerose differenze. La peculiarità del suo retroterra culturale (gli altri monaci occidentali vengono perlopiù da paesi anglosassoni) e le sue inclinazioni caratteriali, permeate da curiosità e senso artistico, sono alla base di un insegnamento attento a diversi linguaggi. In molte sue espressioni ritroviamo fattori essenziali del buddhismo Theraváda riformulati in un linguaggio creativo e appassionato. Lo sfondo rimane quello della pratica feconda della scuola della foresta. Sulla scia del suo maestro Ajahn Sumedho, infatti, Thanavaro mira a una sintesi tra la pratica della consapevolezza (sati) e la pratica della gentilezza amichevole (mettá): “Dobbiamo imparare a esserci più amici, ad avere un dialogo con noi stessi non più basato sull’idealizzazione e l’autocritica, ma che sia il risultato di un’attenta osservazione di tutti i fenomeni della coscienza” . Talvolta, dalla creatività dei suoi insegnamenti emerge una visione apparentemente ‘poco buddhista’, o almeno poco ortodossa rispetto al Theraváda: “L’ignoranza è essenzialmente il pensare di non conoscere il nostro Essere Unico, la nostra origine divina, e se continuiamo a pensare di essere ignoranti ci sarà molto difficile apprendere. Se invece ritroviamo l’innocenza e la curiosità di un bambino, la voglia di toccare le cose pian piano, passo dopo passo, le cose si apprendono. E questo fa parte della crescita” . E ancora: “L’anima (la mente-cuore) si eleva così di grado in grado alla conoscenza e all’amore (contemplazione beatifica) di Dio, il sommo bene” .
Il suo eclettismo lo ha portato negli anni a interessarsi di altre tradizioni, buddhiste e non, e a conoscere importanti maestri del nostro tempo (il Dalai Lama, Krishnamurti, Namkhai Norbu…). Tra l’altro, come si è visto, la sua formazione buddhista non è in conflitto con l’originaria educazione cristiana da cui proviene. I suoi libri, pubblicati in Italia da Ubaldini e da Promolibri, sono la testimonianza vibrante di un cammino sensibile al contesto circostante e insieme non aggrappato alle forme religiose esteriori. Una ricerca interiore che lo ha reso impopolare quando, monaco buddhista, in abito zafferano e capelli rasati, si calava in ambienti più avvezzi al criticismo che alla comprensione della sua scelta. E, paradossalmente, lo ha reso impopolare quando, altrettanto coraggiosamente, lasciava la vita da monaco buddhista.
Al momento è difficile dire quanto la spaziosità dei suoi interessi abbia influito in questa scelta, avvenuta nel 1996, di lasciare l’abito monastico e proseguire la propria ricerca spirituale in altra forma. Ed è difficile immaginare quali sviluppi futuri possa avere l’incontro tra la lunga formazione monastica in una scuola Theraváda e il contesto culturale in cui vive. Credo che in questi casi si possa dire che, essendo stati sparsi semi buoni, si può essere fiduciosi che anche il raccolto sarà buono. Personalmente, e il lettore potrà verificare leggendo questo e gli altri libri di Thanavaro, ritengo che gli insegnamenti di Thanavaro siano già una importante testimonianza di come il Dharma possa funzionare, e bene, in Occidente, anche scevro dalla struttura culturale orientale. Inoltre, l’amicizia, l’affetto e la gratitudine che provo nei confronti di questa persona dedita e sincera, animata dalle aspirazioni più genuine, mi spingono a guardare al futuro con la stessa serenità e fiducia che trovo nel suo sorriso e nelle sue parole.
“Il paradosso della ricerca è che la mente ricerca se stessa. La stessa ricerca è l’espressione della saggezza innata della mente. La mente ha nostalgia della sua natura, nostalgia che nasce dall’intuizione di essere molto vicini alla realtà, ma che qualcosa la nasconde, ossia il velo dell’illusione. Causa di tutto ciò è l’ignoranza, la mancanza di conoscenza e di un retto rapporto con tutto ciò che appare nel campo della coscienza. Ma, in ogni caso, la sofferenza ci permetterà di ritrovare il cammino”.

 

 

Meditazione Buddhista
     

 

 

 

PERCHE' IL BUDDHISMO IN ITALIA?

di Mario Thanavaro

 

 

Per rispondere bene a questa domanda a mio avviso è necessario fare una premessa. Ogni epoca storica è caratterizzata da un contesto sociale, politico-economico e religioso unico. All’inizio del terzo millennio ci troviamo a vivere in un mondo globale e a confrontarci con una realtà sempre più pluralista determinata dallo sviluppo di contesti multietnici, multiculturali e multireligiosi la cui formazione e complessità è spiegabile con il principio dei vasi comunicanti: "Quando in un'area si crea il vuoto e in un'altra c'è il pieno, il travaso dal pieno verso il vuoto si produce inevitabilmente". Questa è una legge di natura che determina gli stessi flussi migratori degli uccelli, periodicamente alla ricerca di un luogo con un clima  più favorevole alla conservazione della specie. Lo stesso accade per gli esseri umani. E' oramai evidente che il dislivello demografico ed economico tra regioni ricche e regioni povere del mondo è tra le cause principali del fenomeno dei flussi migratori dai paesi poveri  e superpopolati verso quelli ricchi e in molti casi in crisi di natalità. Ciò è accaduto anche nell'Italia del secondo dopoguerra quando diverse migliaia di nostri connazionali hanno lasciato la loro terra alla ricerca di un lavoro e di migliori condizioni di vita all'estero. Gli effetti di questi flussi sono oramai evidenti a tutti noi; oggigiorno più che in qualsiasi altro periodo storico siamo  esposti a nuove culture, tradizioni, religioni e nuove forme di pensiero e spiritualità.

            La presenza del Buddhismo in Italia si inserisce in questo nuovo quadro sociale. Gli immigrati asiatici  di fede buddhista (se ne contano più di cinquantamila nel nostro paese) hanno portato con sé non solo il loro bisogno di fortuna e benessere  economico ma anche un grande dono: la loro cultura, le loro tradizioni e le loro credenze religiose, ricche di riti ed espressione di un profondo pensiero filosofico. Tuttavia non si può dire che non ci fossero stati dei contatti precedenti con l'insegnamento del Buddha Sakyamuni; infatti la conoscenza del Buddhismo in Italia risale al periodo dell'impero romano che ne era venuto a conoscenza tramite i contatti con i regni ellenistici che già da tempo avevano stretto legami con la cultura orientale. I resoconti di autori dell'epoca come Arriano, Plutarco, Strabone, il testo del I° secolo d.C. intitolato  "Le domande del re Milinda" e così pure diverse reminiscenze orientali nel pensiero filosofico greco-ellenistico, ci forniscono  un' interessante testimonianza di questo fertile scambio.

            Da allora i contatti furono molteplici. Basti pensare a Marco Polo (1254-1324), al Padre Matteo Ricci (1552-1610), che soggiornò a lungo in Cina, e al Padre Ippolito Desideri, che tra il 1715 e il 1721 visse in Ladakh e in Tibet. Gli studi per la conoscenza del Buddhismo in Italia si sono poi intensificati a partire dal XIX e XX secolo. Attualmente la cultura e la pratica buddhista è promossa in vari modi in Italia. La Fondazione Maitreya, grazie all’instancabile opera del suo fondatore Vincenzo Piga, rimane anche dopo la sua scomparsa, promotrice di un fertile scambio culturale e dialogo interreligioso che contribuisce allo sviluppo di una nuova realtà sociale in Italia ove la libertà religiosa comincia a trovare spazio e un maggiore  riconoscimento istituzionale. Come ha detto Paolo Naso, direttore del mensile “Confronti” in un dibattito su questo tema: “Noi stiamo vivendo una fase culturale estremamente delicata e importante, quella in cui da un singolare dello spirito della fede stiamo faticosamente passando al plurale”. Il passaggio “dalla religione degli italiani all’Italia delle religioni". Come dice Sua Santità il Dalai Lama, uno dei massimi esponenti del Buddhismo nel mondo: “Il fatto che esistano diverse tradizioni religiose è una cosa ottima per gli esseri umani, in quanto ognuna di esse ha attinenza e si occupa di un certo gruppo di loro, in un particolare tipo di società e cultura”. Lo studio delle diverse religioni ci può essere di grande aiuto nel percorso dell’autoconoscenza e dell’amore. Questo  è il punto di convergenza di tutti i saggi, i profeti, i maestri, le maestre e i santi di tutti i tempi. Questa è la chiave che apre il cuore degli esseri, questa è la via per giungere alla gioia, alla pace, alla libertà.  Considero le religioni e le fedi  come le vie di una città che conducono tutte allo stesso “centro”. Tutte le religioni promuovono una mente positiva e valori universali quali l’amore, la gentilezza, la compassione e la pace. Se comprendiamo questo punto ci renderemo conto, come dice l’antropologo Carlos Castaneda, che "qualsiasi via è solo una via, e non c’è nessun affronto a se stessi o agli altri nell’abbandonarla. Esamina ogni via con accuratezza e ponderazione. Quindi poni a te stesso una domanda… Questa via ha un cuore? Se lo ha, la via è buona. Se non lo ha, non serve a nulla”.

Vero pioniere in questa ricerca  è stato il ven. Lokanatha (al secolo Salvatore Cioffi), nato a Milano nel 1897, ultimo di sei fratelli, da una famiglia cattolica che contava un sacerdote tra i suoi membri. Laureatosi in chimica e avvicinatosi a 25 anni al Buddhismo grazie alle letture di tutte le opere allora disponibili, in italiano ed in inglese, decise all’età di 28 anni di licenziarsi da una nota azienda americana per imbarcarsi per l’India e di qui per lo  Sri Lanka, ove studiò e approfondì l’insegnamento del Buddha. Nel 1925 si recò in Birmania e all’età di 28 anni prese i voti da monaco. Sono molte le storie relative alla scelta di vita, eccezionale per quei tempi, di questa singolare figura. Le appresi quando io stesso,  recatomi in Inghilterra all’età di 22 anni alla ricerca di un monastero buddhista, divenni dopo due anni di noviziato monaco Theravada all’interno della Scuola thailandese dei “Maestri della Foresta”. Il ven. Lokanatha dimostrò in tutta la sua vita monastica una determinazione e una dedizione eccezionali e si adoperò in tutti i modi per la diffusione degli insegnamenti del Buddha in tutto il mondo. Recatosi in Italia per un breve periodo di convalescenza in seguito ad un grave attacco di dissenteria trovò i suoi  parenti particolarmente ostili; non approvando la sua scelta di fede, non solo non gli fornirono il biglietto di ritorno ma lo privarono anche del suo passaporto. Si racconta che il ven. Lokanatha impiegò otto mesi a piedi per ritornare in India.

Molti anni più tardi, negli anni settanta, diversi italiani si sarebbero recati in Oriente alla ricerca di se stessi e nel tentativo di scoprire una libertà e una spiritualità che il mondo occidentale sempre più tecnologico, scientifico e laicizzato stava perdendo. Infatti l’affermarsi del mondo moderno, con i suoi progressi nelle scienze empiriche, nelle tecniche e nelle discipline liberali, aveva di fatto relegato il Cristianesimo, che per millenni era stato il fulcro della civiltà occidentale, a semplice tradizione religiosa. Quando, dopo  oltre 12 anni di vita monastica trascorsi in Inghilterra, Thailandia e Nuova Zelanda, ritornai in Italia, trovai che gli insegnamenti del Buddha che erano prima sconosciuti alla maggioranza degli italiani si erano radicati nel nostro paese in varie forme. Di fatto il ritorno di coloro che si erano volti ad oriente alla ricerca di un maestro spirituale e di una via d’Illuminazione, aveva gettato le basi per la crescita di diversi centri che diffondevano le  principali scuole del pensiero buddhista così come si sono sviluppate nel corso degli ultimi 2500 anni. La fede buddhista poggia su questi 3 fondamenti: il Buddha, il Dhamma e il Sangha. Saggezza, Verità e Virtù. Questi sono anche chiamati i Tre Gioielli: rappresentati dal "Buddha" il maestro per eccellenza, saggio e compassionevole; dal "Dhamma", l’insegnamento che conduce alla Verità e alla Pace; dal "Sangha", la comunità degli uomini e delle donne desiderosi di dedicare la loro vita alla pratica spirituale per realizzare questa verità. La presa di rifugio nei Tre Gioielli costituisce il momento di “conversione”, inteso non come adesione ad una nuova Chiesa bensì come cambiamento interiore,  un nuovo modo di sentire e di vedere la realtà. Tre sono le principali scuole  che  si rifanno al messaggio di saggezza e amore universale del Buddha (che insegnò la sua dottrina in India  attorno il VI secolo a.C.): la tradizione Theravada, detta anche la “Scuola degli Anziani”, in quanto si rifà al Buddhismo delle origini, tuttora presente nei paesi del Sud Est Asiatico (Sri Lanka, Thailandia, Myanmar, Laos,Cambogia e parte del Vietnam); la Tradizione Mahayana, che fiorì prevalentemente in Cina, Giappone, Corea e parte del Vietnam; la tradizione Vajrayana che si diffuse nel Tibet tra l’XI e il XIII secolo d.C.

Il motivo per cui tanti italiani si rivolgono al Buddhismo sono molteplici, ma a mio avviso sono tutti riconducibili all’universalità del suo messaggio secondo il quale raggiungere la propria salvezza è, per tutti, compito immediato. Il Buddha afferma che se un uomo è stato ferito da una freccia, non procrastinerà l'estrazione del dardo chiedendo notizie in merito al feritore o alla lunghezza e fattura del dardo. Il suo insegnamento ci incoraggia a guardare in viso la vita come essa è in realtà, apprendendo sempre per esperienza personale, diretta.

Il Buddha insegnò quattro Nobili Verità:

L'onnipresente esistenza della sofferenza nella vita; la sua causa: il desiderio mal diretto che consiste nella brama egoistica e in ogni genere di attaccamento e avversione; la sua cura: la rimozione di tale causa; l’Ottuplice Sentiero, che conduce al termine della sofferenza e si presenta come un percorso di crescita interiore a gradini.

La crescita del Buddhismo in Italia riflette anche un impegno sincero e genuino di molte persone interessate ad un modello di vita spirituale fondato sulla comprensione reciproca, la convivenza civile e democratica, la pace. Il crescente numero di persone interessate all’insegnamento  del Buddha è stato possibile anche grazie ad un maggiore coordinamento tra i vari centri che aderirono all’iniziativa, promossa tra gli altri da Vincenzo Piga, di fondare il 17 aprile 1985 l’Unione Buddista Italiana (U.B.I). A quel piccolo nucleo originale si sono aggiunti negli anni altri centri di Dharma (cioè di  pratica della dottrina  del Buddha) e oggigiorno sono 35 i centri iscritti, rappresentativi di circa 50.000 praticanti buddhisti in Italia, ai quali si aggiungono diverse migliaia di immigrati asiatici e altri 35.000 praticanti della Soka Gakkai International, scuola legata alla tradizione Nichiren giapponese. L'incremento e l'espansione del Buddhismo in Italia è culminato con il riconoscimento legale dell'Unione Buddhista Italiana come ente religioso, con Decreto del Presidente della Repubblica del 3 gennaio del 1991. Tuttavia la stipulazione dell’intesa con lo Stato Italiano, che l’U.B.I. ha richiesto fin dal 1986, non è stata ancora approvata. L’intesa, prevista dall’articolo 8 della Costituzione,  regolerebbe i rapporti tra la religione buddhista  e lo Stato, garantirebbe i fondamentali diritti di libertà religiosa (per esempio esercitare l’assistenza spirituale ove venisse richiesta: nelle forze armate, nei luoghi di cura e di ricovero, nei luoghi di prevenzione e pena, negli obitori, nella scuola pubblica), e le conferirebbe un effettivo riconoscimento istituzionale.

Sul piano del dialogo interreligioso tra il Buddhismo e il Cristianesimo si è riscontrato un particolare interesse da parte di esponenti di entrambe le fedi ad incontrarsi in uno spirito di profondo rispetto, soprattutto in ambito delle congregazioni monastiche contemplative dove è più facile trovare elementi comuni, quali l’amore per uno stile di vita semplice, l’osservanza del silenzio e delle regole monastiche, la pratica della preghiera e della meditazione. In occasione di una di queste iniziative, al termine di un soggiorno di monaci Zen in vari monasteri benedettini, il Papa Giovanni Paolo II si rivolse ai discepoli di S. Benedetto in questi termini: “Il vostro specifico contributo al dialogo interreligioso non consiste tanto nell’entrare in un dialogo esplicito, perché la vostra regola è principalmente il silenzio, la preghiera e la testimonianza di vita comune; ma voi potete fare molto con la vostra ospitalità per promuovere un incontro spirituale in modo profondo. Aprendo la vostra casa e il vostro cuore, come avete fatto in questi giorni, voi siete veramente nella tradizione del vostro santo Padre Benedetto. Voi applicate ai fratelli-monaci che sono venuti da altri orizzonti e da una tradizione religiosa molto diversa, il bel capitolo della sua Regola sull’accoglienza degli ospiti”. Mi sembra che questa raccomandazione del Papa possa essere accolta anche in ambito laico al fine di favorire un’integrazione e uno scambio a tutti i livelli tra gli immigrati buddhisti e la già presente comunità italiana. Un vero sviluppo sociale sarà  possibile nel nostro paese se comprenderemo che l’incontro con gli appartenenti ad altre culture è una risorsa in più, può arricchirci in diversi modi, ci può aiutare ad espandere la coscienza e, allargando i nostri confini, a vedere nuovi orizzonti. Solo così capiremo che “la verità” e il “sacro” non sono patrimonio esclusivo di alcuna fede e che il vero incontro tra l’Oriente e l’Occidente avviene dentro ciascuno di noi ogni qualvolta scopriamo la complementarietà e la ricchezza del messaggio di altre culture e fedi religiose.

Se è vero che tutte le religioni mondiali tendono ad aiutare gli individui a trovare maggiore pace e armonia dentro di loro, è anche vero che esse devono fare sentire la loro voce  per rendere questo mondo un luogo più sicuro e vivibile per tutti. A proposito del sempre maggiore interesse da parte degli occidentali e più in particolare degli italiani nei confronti del Buddhismo, il Dalai Lama in più occasioni ha detto che non è sua intenzione convertire ma che “nella situazione attuale vi è certamente un bisogno  sempre più grande di comprensione umana e di senso di responsabilità universale”. In un’altra occasione ha dichiarato: “Ho sempre ritenuto che sia molto più vantaggioso avere a disposizione una varietà di fedi religiose e di filosofie, piuttosto che una singola religione o filosofia. Ciò è necessario in ragione delle differenti disposizioni mentali di ogni persona”. E ancora: “Sono solito dire che la religione universale è l’amore compassionevole e se c’è una religione universale bisogna riconoscerla nella pratica del buon cuore. A qualsiasi religione una persona appartenga, mi sembra che la cosa più importante da fare sia praticare l’altruismo, l’amore e la compassione”. E’ ancora vivo in me il ricordo dell’incontro del 27 ottobre 1986 ad Assisi, voluto da Papa Giovanni Paolo II, che invitò i leader delle più grandi religioni mondiali ad una giornata di preghiera e di digiuno sulla tomba di S. Francesco per invocare la pace e la fratellanza in tutto il mondo. Nel suo discorso, rivolgendosi ai tanti presenti, ad un certo punto disse: “Noi abbiamo un sentiero comune, ed è il rispetto della coscienza”. A questo incontro storico sono seguiti altri, ad indicare l’importanza di trovare una sola voce per affermare, attraverso l’adesione  alla propria fede, l’importanza di fare un percorso e un lavoro interiore profondo che ci possa aiutare a trovare il modo di vivere assieme nel rispetto delle reciproche diversità.

 

 

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