Buddha

LA STORIA DEL BUDDHA

di Mario Thanavaro

Il giorno di luna piena di maggio è il giorno che i buddhisti chiamano “Wesak” o “giorno del Buddha”. Si tramanda che in quel giorno di plenilunio il Buddha Siddhartha Gautama , detto anche Sakyamuni , sia nato, abbia raggiunto l’illuminazione e sia morto (naturalmente in anni diversi).

Per capire meglio ciò che significa, eccovi una breve storia della vita del Buddha.
In una regione del lontano Nepal c’era un piccolo regno, l’Uttarakosala. Nella sua capitale viveva il re Suddhodana Gautama e sua moglie Mãyãdevi.

La storia narra che la regina Mãyãdevi sognò che un elefante bianco le penetrasse nel corpo attraverso un fianco e dopo circa dieci mesi, mentre si trovava in viaggio per raggiungere la casa paterna, sentà le prime doglie e in un giardino di nome Lumbini, poco fuori la città di Kapilavatthu, diede alla luce un bel bambino.


Lo chiamarono Siddhartha che significa “Colui che conosce ed è capace di raggiungere la meta”. Subito dopo la nascita, alla reggia venne un saggio e vegente di nome Atisa. Dato che è molto difficile trovare un Buddha nel mondo, il vecchio saggio Atisa era molto emozionato, e pianse. Il Re nel vederlo piangere si preoccupò pensando che prevedesse un futuro di sfortune per suo figlio ma atisa lo rassicurò dicendogli che egli piangeva per sè stesso in quanto non avrebbe vissuto a lungo per vedere il Principe Siddhartha crescere e diventare o un grande imperatore o un Buddha.

Questo sarebbe accaduto se Siddhartha avesse incontrato un vecchio, un malato, un morto e un santo. Un Buddha è qualcuno molto saggio. I Buddha non studiano i libri per diventare saggi.

La saggezza di un Buddha viene dalla meditazione, dal guardare serenamente e profondamente in se stessi e nella vita. Siccome i Buddha comprendono completamente la vita, non sono mai turbati o offesi da nulla. Essi sono felici di vivere con le situazioni così come sono, senza nulla desiderare e senza nulla temere.

Naturalmente il Re voleva che Siddhartha diventasse un grande imperatore, che avrebbe reso il regno potente, per cui cercò di rendere la vita del Principe così felice che egli non avrebbe mai desiderato lasciare il regno, per cui fece in modo che egli non vedesse mai segni della vecchiaia, malattie o morte.

Ma la madre, la regina Maya, morì dopo soli sette giorni dalla sua nascita. Siddhartha, fu affidato alle cure della zia Mahãpãjapatì, sorella della madre e seconda moglie di Suddhodana. Il padre di Siddhartha in gran parte riuscì nei suoi intenti ed il Principe crebbe felice e senza preoccupazioni. Aveva molto da mangiare e bere ed era pieno di amici. Trascorse così una serena fanciullezza Principesca sotto l’attenta sorveglianza del padre che temeva comunque l’avverarsi della profezia secondo cui Siddhartha avrebbe rinunciato a governare il suo regno e sarebbe piuttosto divenuto un Buddha, “Un liberatore dei mali del mondo”.

Col passare degli anni arrivò il momento per il Principe Siddhartha di prendere moglie ed egli battè diversi pretendenti in varie gare marziali e così si conquistò la mano della bellissima Principessa chiamata Yasodhara che divenne sua sposa. Il giovane Principe si unì in matrimonio, all’età di sedici anni.

Suo padre fece costruire tre palazzi per la coppia, uno per ogni stagione in India: la stagione fredda, la stagione calda e quella delle piogge. Il Re inoltre riempì i palazzi di migliaia di musicanti e danzatori per intrattenere con la musica, canti e balli il Principe e la Principessa. Insomma cercò in ogni modo di creare per suo figlio e la sua consorte un vero paradiso in terra. Siddhartha visse nell’agio e nella spensieratezza, dimorando nei tre palazzi e nei quattro giardini che il padre gli aveva donato per distoglierlo dall’intraprendere la ricerca spirituale.

Ma arrivato ai 29 anni cominciò a sentirsi annoiato da quella vita spensierata ma chiusa all’interno dei palazzi. Cominciò a chiedersi che cosa c’era fuori dai palazzi e se c’era qualcos’altro per cui vivere. Dopo diverse richieste fatte a suo padre Siddhartha ricevette il permesso di visitare il villaggio vicino e, narra la tradizione, si avverò quanto temeva Suddhodana.

Recandosi da un giardino all’altro sul suo cocchio dorato guidato dal fedele Cianna, Siddhartha volle cambiare strada e incontrò un vecchio sofferente per la sua avanzata età. Non aveva mai visto un vecchio, per cui chiese al suo scudiero Cianna, chi fosse. “Un vecchio” rispose Cianna. “E succede a tutti di diventare così se vivono a lungo?” chiese il Principe.

-Certamente mio signore - rispose Cianna. Sentendo queste parole il Principe ne rimase profondamente turbato pertanto disse al suo cocchiere:

Come posso godermi questa passeggiata nel parco se ora sono pieno di paura di diventare vecchio? Gira il carro e riportami a palazzo“. Questo incontro al tempo stesso aveva suscitato la curiosità di Siddhartha che intendeva sapere di più di quella realtà che per tanti anni gli era stata nascosta. il Principe Siddhartha decise di uscire di nuovo dal palazzo per vedere se avrebbe incontrato qualcuno così strano come il vecchio.

Questa volta, sulla strada fuori dalle mura della città,incontrò un uomo molto malato. L’uomo si contorceva per terra dal dolore. Quando il Principe seppe cosa aveva quell’uomo, si sentì grandemente sorpreso e provò una grande compassione per il poverino. Siddhattha mormorò:- E’ questa allora la malattia e colpisce tutti.- Il Principe, aiutato dal servo, sistemò il povero malato in un giaciglio preparato in una casa vicina e tornarono al palazzo.

Siddhartha era ancora più turbato della volta precedente. - Voglio uscire di nuovo – disse Cianna. Voglio vedere il mondo che è fuori del palazzo così com’è. Uscirono quindi per la terza volta sulla carrozza splendente. Questa volta allontanatisi alquanto dal palazzo, si imbatterono in un corteo funebre.

- Così – chiese Siddhartha stupito – Che cosa sta capitando qui? Perchè questa gente piange? Chi è quell’uomo sdraiato e dormiente tra loro? – -non sta dormendo signore – rispose Cianna, -Egli quello che noi chiamiamo un morto, ed è per questo che i suoi famigliari stanno piangendo -.

IL Principe fu profondamente commosso.

- E questo capita a tutti noi? –

-Oh Principe, tutti nascono e tutti muoiono. Anzi, alcuni muoiono quando sono ancora giovani, per malattia – rispose Cianna.

Siddhartha non riuscì più a godere la sua spensierata vita al palazzo e passava notti inquiete popolate da brutti sogni. Nei sogni vedeva gente che piangeva di dolore e tristezza. La quarta volta che uscì era mattina presto e il sole stava sorgendo dalle colline vicine. Il Principe Siddhartha vide un monaco dall’apparenza molto serena che camminava lungo la strada.

– Chi è quell’uomo meraviglioso? Sembra tranquillo, Cianna -.

- E un bhikkhu, monaco itinerante – rispose Cianna.

- E’ un uomo che ha lasciato la vita normale nel mondo perchè ha visto che è così piena di sofferenza. Conduce una vita molto semplice poichè non vuole dimenticare che la cosa più importante nella vita è comprendere sè stessi e gli altri attraverso la meditazione, in modo da liberare la mente dalla tristezza -.

Di ritorno al palazzo, il Principe continuò a pensare al sorriso sereno del monaco e si disse: – Ho vissuto 29 anni e ancora non ho pace. -  arrivato per me il tempo di lasciare questa vita e diventare come quel monaco. Anch’io sono nato e certamente soffrirà causa della malattia, della vecchiaia e della morte. Devo trovare il Nobile Sentiero che liberi la gente dalle loro sofferenze.-


Cosi pensando , Siddhartha decise di trovare la strada per porre fine alla sofferenza e di lasciare il palazzo. Mentre il suo servitore Cianna gli preparava il cavallo, andò a salutare sua moglie e suo figlio neonato, li trovò addormentati e non volle svegliarli, li guardò a lungo e il suo cuore si colmò di tristezza:il pensiero che forse quella sarebbe stata l’ultima volta che li vedeva gli provocava una grande sofferenza.

Tuttavia il pensiero di scoprire il rimedio a tutti i mali del mondo lo sostenne e gli diede la forza di lasciare dietro di sè tutte le ricchezze ei suoi cari. Arrivato nella foresta si tagliò i capelli per mostrare che aveva chiuso con il mondo. Incontrato un mendicante scambiò con questi i suo vestiti Principeschi.

Ora si sentiva pronto per imparare la meditazione. Passò un certo periodo con due diversi maestri. Eppure Siddhartha sentiva che ancora non riusciva a sapere come uscire dalla sofferenza. Per questa ragione decise di trovare questa via per uscire dalla sofferenza a modo suo con il suo solo impegno e sforzo.

Si fermò accanto ad un fiume e decise di diventare un asceta, cioè uno che mangia e beve molto poco allo scopo di controllare la sua mente. Visto che la mente si esalta con le cose piacevoli, gli asceti rinunciano ad ogni piacere. Fanno anche cose dolorose per imparare a dominare il dolore. In quel luogo vi erano altri cinque uomini che facevano la stessa vita.

Vedendo come Siddhartha si impegnasse a fondo con grande sforzo lo elessero loro maestro. Per alcuni anni quindi Siddhartha cercò di rendere la sua mente tranquilla rinunciando a tutti i piaceri. Cominciò col mangiare sempre meno fino al punto che praticamente non mangiava quasi più nulla.

Divenne talmente magro che gli si vedevano le ossa attraverso la pelle. Passò lunghi periodi senza dormire pensando che questo avrebbe curato la pigrizia e si vestiva di stracci. Aveva fame e sete e soffriva molto. Era cotto dal sole in estate e gelato d’inverno. Spesso andava a meditare tra i cadaveri in crematorio.

Il suo corpo divenne molto debole ma egli non desistette. Un giorno tuttavia, svenne e sarebbe certo morto se qualcuno non gli avesse dato un pò di latte di capra che lo fece sentire meglio. Allora pensò: -Perchè sto meglio? – e capì che se voleva andare avanti doveva mantenere il suo corpo forte e mangiare a sufficienza. Subito dopo, mentre sedeva a meditare sotto un albero Bodhi, udì le voci di un gruppo di ragazze. Una di esse suonava un liuto (chitarra indiana) ed egli pensò:  -Se le corde sono poco tirate il liuto non suona, ma se sono tirate troppo, esse si rompono. Quando le corde sono tese nel modo giusto, nè troppo nè troppo poco, il liuto può suonare in modo meraviglioso! –

A Siddhartha piacque così tanto il canto delle ragazze che capì di avere esagerato troppo nella sua ricerca della verità. Si ricordò che quando era un bambino usava sedersi tranquillamente sotto un albero di melograno a guardare suo padre che arava un campo (tradizionalmente il Re dava l’avvio all’aratura dei campi durante una grande cerimonia).

Aveva provato un gran senso di pace stando seduto lì. Ricordando questa esperienza, Siddhartha si rese subito conto che per capire le cose la mente deve essere calma e tranquilla. Solo allora si può guardare realmente la vita comè. Il giorno dopo una ragazza che viveva nel villaggio vicino, di nome Sujata, fece cuocere un delizioso riso al latte e lo portò nel luogo dove Siddhartha stava meditando.

Ella gli offrì il cibo ed egli lo accettò perchè aveva bisogno di energia per continuare la meditazione. Ma appena i suoi compagni videro che si era un pò rilassato, lo abbandonarono, perchè credettero che lui avesse rinunciato all’impegno preso. Dopo questo, Siddhartha sedette solo e tranquillamente sotto l’albero del bodhi, deciso a rimanere lì fino a quando non avesse compreso completamente la vita. Rimase seduto per un giorno e una notte interi e durante quel tempo egli vide molte cose con l’occhio della mente.

Egli capì che tutti, prima o dopo, soffrono e sono infelici. Questo capita sia ai ricchi che ai poveri perchè hanno paura di perdere ciò che anno o non ottengono ciò che desiderano o stanno con gente con cui non vogliono stare. Durante la meditazione comprese che tutto sorge e passa; comprese che tutto è destinato a cambiare, tutto è impermanente, chi nasce è destinato a morire, compresi noi stessi; Quindi, in effetti, è impossibile avere ciò che si desidera a lungo, poichè tutto cambia. Anche le cose spiacevoli passeranno per cui è inutile preoccuparsene.

E’ grazie a questa profonda comprensione che egli divenne il Buddha. E vedendo queste cose egli capì che per eliminare la sofferenza, non bisognava privarsi di tutto, ma solo lasciare andare l’attaccamento e l’ignoranza che ci lega al desiderio, il continuo volere e non volere.

Perfino quando si soffre o si ha un dolore, è soltanto la non accettazione che fa sorgere la sofferenza. Lo stato di Pace che deriva dal disincanto è chiamato Illuminazione e ciò ci riempie di pace e d’amore. Il Buddha rimase seduto sotto l’albero del Bodhi in questo stato per sette giorni. Dopo l’illuminazione percorse l’India insegnando a molte, molte persone, a tutti coloro che glielo chiedevano.

Mostrò alla gente come vivere in equilibrio. Accolse coloro che lo volevano seguire e imparare da lui, ordinò migliaia di monaci e monache permettendo loro di vivere dedicandosi al suo insegnamento e vivendo come lui.

Sebbene tutto ciò sia capitato più di 2.500 anni fa, vi sono ancora molti monaci e monache buddisti e molta altra gente che seguono i suoi insegnamenti.
Tutti, persone, animali e altri esseri amavano il Buddha e divennero tristi quando all’età di 81 anni arrivò il tempo per lui di lasciare questo mondo. Ma i suoi monaci e le sue monache più saggi non erano tristi poichè sapevano che se avessero seguito il suo insegnamento, sarebbero rimasti accanto al cuore del Buddha.

In realtà, non diciamo che il Buddha è morto, ma che è entrato nel Parinibbana . Questa parola vuol dire completa pace e completa liberazione da ogni sofferenza compresa quella proveniente dal fatto di avere un corpo. Prima di entrare nel Parinibbana, il Buddha ci ha detto che tutti dovrebbero fare del loro meglio per comprendere la verità della vita in modo da essere liberi da ogni infelicità. Se quindi utilizziamo la vita per diventare saggi e per capire alcune verità possiamo diventare come Buddha e godere una grande pace e sentire amore per tutti gli esseri, cosi potremmo aiutare non solo noi stessi ma anche tutti gli esseri.

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Il Parinibbana si verifica quando la persona illuminata abbandona il “samsara” per sempre:
il corpo fisico muore e non ci sarà più rinascita. Il Buddha ha raggiunto il Parinibbana nel 480 a.C. circa, presso la cittadina di Kusinara, in India.

BUDDHA: UNA STORIA VEROSIMILE

di Mario Thanavaro

Ai giorni nostri gli studiosi occidentali non sono in grado di presentare un ritratto definitivo del Buddha storico, e in vari paesi le date non corrispondono tra loro. Per questo motivo è necessario mantenere una mente aperta rispetto alle varie narrazioni. Quando si studia il Buddhismo è sempre necessaria una simile flessibilità della mente, in modo da evitare concetti rigidi e settarismo.
Tutte le tradizioni buddhiste hanno la loro origine nel Buddha storico, Siddhartha Gautama , detto anche Sakyamuni , che visse per circa 80 anni nel VI-V secolo a.C. nel nord dell’India. La cronologia è alquanto incerta e la stessa biografia del Buddha è intessuta di elementi leggendari. Questo ci rammenta che per studiare il buddhismo (o un qualsiasi insegnamento religioso) occorre una certa elasticità mentale, non aggrapparsi ai concetti. Il Buddha nacque a Lumbini, vicino a Kapilavatthu, dal re Suddhodana Gautama e da sua moglie Mãyã, la quale morì dopo soli sette giorni dalla sua nascita. Siddhartha, “colui che conosce la meta”, fu affidato alle cure della zia
Mahãpãjapatì, sorella della madre e seconda moglie di Suddhodana.

Trascorse una serena fanciullezza principesca sotto l’attenta sorveglianza del padre che temeva l’avverarsi della profezia secondo cui Siddhartha sarebbe divenuto o un grande re o un “liberatore dei mali del mondo”.

Il giovane principe si unì in matrimonio, all’età di sedici anni, alla bellissima Yasodharì. Visse nell’agio e nella spensieratezza, dimorando nei tre palazzi e nei quattro giardini che il padre gli aveva via via donato per distoglierlo dall’intraprendere la ricerca spirituale.

Ma un giorno, narra la tradizione, si avverrò quanto temeva Suddhodana: recandosi da un giardino all’altro sul suo cocchio dorato guidato dal fedele Channa, volle cambiare strada e incontrò un vecchio sofferente per la sua avanzata età. Ne rimase profondamente turbato ma al tempo stesso curioso di conoscere quella realtà che per tanti anni gli era stata nascosta.

In tre successive uscite da uno dei suoi palazzi si imbattè in un malato agonizzante, in un corteo funebre e per ultimo in un asceta mendicante dallo sguardo sereno e profondo. Quest’ultimo incontro lo convinse a lasciare la vita agiata condotta per ventinove anni e a intraprendere un cammino di rinuncia dei piaceri terreni, al fine di scoprire il rimedio al male della vecchiaia, della malattia e della morte. Preso congedo dal padre, salutò senza svegliarli la moglie, il figlio neonato, Rãhula, e si diresse verso la foresta.


Questa storia può essere vista come una metafora della condizione umana; il palazzo regale rappresenta il nostro aggregato psicofisico, nel quale viviamo inseguendo continuamente, con il contatto sensoriale, il piacere e fuggendo dal dolore. A volte può succedere che questo approccio dualistico all’esistenza venga messo in discussione e ci ritroviamo a cercare il senso della vita.

Questo cambio di direzione può scaturire dall’incontro con l’insoddisfazione, il disagio fisico, mentale, emotivo, spirituale, la sofferenza. Entriamo dunque nell’esplorazione di un ambiente interiore intricato simile a una foresta, apparentemente oscuro e ostile.
Seguendo le discipline ascetiche molto diffuse già allora in India, Siddhartha Gautama praticò strenuamente per ben sei anni, fino a giungere allo stremo delle forze. Il principio che regolava queste tecniche era basato su un credo piuttosto diffuso a quei tempi e tuttora presente nella cultura religiosa indiana, secondo il quale l’anima era prigioniera del corpo e poichè il corpo era il luogo di indicibili sofferenze, legato alla morte quale suo destino ultimo, queste pratiche miravano a far emaciare il corpo affinchè l’anima, priva di base e di sostegno, potesse finalmente prendere il volo verso la libertà.


Il principe Siddhartha, ora diventato l’asceta Gautama, aveva abbracciato l’ideale dell’ascetismo anche come risposta alla sua vita agiata nei lussi del palazzo reale, dove aveva ottenuto il massimo piacere sensoriale senza però raggiungere quella felicità ultima alla quale intimamente aspirava.

Dunque il suo ardore, la sua passionalità nella pratica ascetica era pari a quella che era stata la sua sensualità durante la vita principesca. Attorno a lui si era radunato un piccolo gruppo di cinque asceti della foresta che lo ammiravano per l’impegno profuso nella pratica (Kondañña, Bhaddiya, Vappa, Assaji, Mahãnãma). I lunghi digiuni, però, insieme alle altre privazioni cui era dedito, lo avevano portato allo stremo delle forze, quasi alla morte.

Si narra che un giorno, recandosi al fiume Nerañjarã nel Bihãr (attualmente uno degli stati più poveri dell’India), svenne; dopo essersi ripreso si rese conto che doveva necessariamente mangiare se voleva portare avanti la sua pratica. Lì vicino, ai piedi di un albero, si trovava una donna del villaggio vicino, di nome Sujata, che stava offrendo allo spirito di quell’albero un’offerta, una ciotola di riso dolce, con la richiesta di rimanere incinta.

Quando Sujata vide Siddhartha, che nel frattempo era tornato a meditare, rimase colpita dalla luce che egli emanava, e pensò che quello doveva essere lo spirito dell’albero. Così offrì a lui la ciotola di riso. Siddhartha, avendo riflettuto sull’inutilità di un’eccessiva mortificazione del corpo, accetto l’offerta e mangiò.

Aveva compreso che il suo cammino spirituale percorso fino a quel momento era stato privo di equilibrio, e gli tornò in mente il motivo di una canzone che aveva udito. Le parole di questa canzone, accompagnata dalla musica di un liuto, dicevano che le corde dello strumento non dovevano essere nè troppo tese nè troppo lente, affinchè la corretta tensione producesse il giusto suono. Siddhartha intuì quindi che era necessario accordare lo strumento della propria pratica.


Questo strumento è costituito dal nostro corpo e dalla nostra mente; dobbiamo avere cura del nostro corpo ed è la mente che con retto discernimento può comprendere ciò di cui il corpo ha bisogno. Se il corpo ha freddo, deve essere coperto al fine di evitare un raffreddamento della temperatura corporea e conseguenti malanni.

Se il corpo ha fame, deve essere sfamato, se ha sonno, deve riposare. Se il corpo è irrigidito, ha bisogno di esercizi affinchè i propri muscoli siano flessibili e capaci di compiere i movimenti necessari. Se noi trattassimo il corpo con la giusta attenzione non ci riuscirebbe troppo difficile comprendere ciò di cui abbiamo bisogno sul piano fisico, e potremmo meglio prevenire le malattie, gli incidenti.


Dunque, è importantissimo il corretto rapporto con il proprio corpo e questo può avvenire solo se ne riconosciamo la sua natura istintiva; gli istinti primari sono sicuramente delle pulsioni necessarie affinchè il corpo possa sopravvivere in condizioni più o meno favorevoli. Al tempo stesso non possiamo fare della ricerca del soddisfacimento degli istinti primari lo scopo unico della nostra esistenza. Vivere a un livello meramente istintivo, sfrenato, offusca la coscienza, non la nutre di valori e non la eleva a stati di purezza.


E’ importante comprendere il ruolo fondamentale della rinuncia. Per rinuncia qui si intende essenzialmente rinunciare a ciò che nuoce, rinunciare all’eccesso, rinunciare al superfluo: rinunciare, in altre parole, a star male. Se fossimo veramente capaci di trovare nello spirito della rinuncia il senso comune delle cose, questa stessa non ci peserebbe come un sacrificio, anzi, sarebbe accolta come vera liberazione. La rinuncia, in effetti, semplifica la vita, la alleggerisce da tutto ciò che non è essenziale, non è necessario.

Non è sempre facile. A questo proposito ricordo di aver letto che Paolo VI, all’inizio del suo pontificato, richiese la ristrutturazione di alcuni locali all’interno del Vaticano perchè sfoggiavano troppa ricchezza. Ebbene, i lavori che furono portati avanti furono così costosi che alcuni lo criticarono di aver speso un’enorme quantità di denaro per un desiderio estetico di povertà.

A volte il desiderio di semplificare la vita implica un dispendio di energie che di fatto non semplifica la vita. Disfarci delle cose che ci sembrano superflue talvolta può creare molte complicazioni, crisi famigliari, e portare a uno stato di confusione anzichè di semplicità. Invece che inseguire una semplicità apparente, è preferibile rinunciare alla smania di accumulare cose che di fatto non ci servono, comprendere e lasciare andare il bisogno psicologico di colmare un vuoto interiore che di fatto è incolmabile.

La rinuncia, nel suo significato più profondo, è quella totale spoliazione di ambizione da cui nascono l’umiltà del cuore e l’accettazione della vita. Siddhartha Gautama, nel consumare quel riso delizioso, attua di fatto una rinuncia profonda. Rinunciava a quei modelli di pratica che sebbene gli avessero fatto meritare la stima dei suoi cinque compagni, non lo avevano condotto alla liberazione ultima.

Mangiando quel riso probabilmente sapeva di tradire la fiducia dei suoi compagni, ma era giunto il momento di assumersi la completa responsabilità della sua pratica e svincolarla dalle aspettative degli altri. E’ in quel momento di totale rinuncia che egli scopre un’autentica solitudine: i suoi compagni, giudicando il suo gesto come una mancanza di fervore spirituale, si allontanano da lui, e non ci sono più neanche quei concetti sulla pratica che per ben sei anni avevano sostenuto i suoi sforzi.

In questa totale solitudine nella giungla indiana, Siddhartha ritrova la fermezza per attuare nella sua vita quel cambiamento e quella rivoluzione di prospettive che lo porteranno al Risveglio (Bodhi). Il Risveglio avviene il mattino seguente la luna piena di maggio, ai piedi di un albero che da allora verrà chiamato l’albero della Bodhi, dove Siddhartha si era seduto in meditazione col proposito di non rialzarsi fino a quando non avesse raggiunto la liberazione finale.

Si dice che nel corso della notte della luna piena di maggio del mese del Vesak, i pensieri più turbolenti, i ricordi più ammalianti e seducenti affollavano la mente del Buddha. Tradizionalmente, questi pensieri erano emanazioni dell’archetipo del Male, Mãra, il signore della morte, che presiedeva al samsãra . Preoccupato dal fatto che qualcuno volesse uscire dal ciclo delle rinascite, dal condizionato, Mãra attaccò Siddhartha con le sue armate e con le sue figlie, suscitando paure, desideri e altre emozioni turbanti.

Ma questi, riconoscendo tutti i fenomeni come transitori, privi di realtà ultima e dunque fugaci, rimase sereno con la fermezza e la quiete interiore. Nel corso della prima veglia ebbe il ricordo delle sue vite precedenti. Durante la seconda veglia, egli comprese la legge del karma percependo la morte e la rinascita degli uomini, a seconda delle loro azioni, e sorse in lui compassione per la condizione di tutti gli esseri. Nella terza veglia comprese la vera natura dell’esistenza, il ciclo di nascita e morte.

All’apparire della stella del mattino, egli era un Risvegliato (Buddha), libero dall’attaccamento e dall’identificazione con il corpo-mente, in intimità con il senso profondo della realtà, con la natura luminosa (pabhassara) della mente. Si rese conto che l’universo intero non è altro che la sua stessa natura vacua, libera, spaziosa, pregna di potenzialità energetica e di luce.
Chiamò allora a testimonianza della sua buddhità lo spirito della Terra, affermando la propria liberazione da ogni legame egoico con le seguenti parole:

“Per il samsãra – per molteplici nascite -
Ho corso invano,
cercando il costruttore della casa.
Dolorosa è la nascita senza fine.
Costruttore della casa, sei stato riconosciuto!
Non erigerai più la casa!
Tutte le travi sono state disfatte,
la traversa del tetto è stata distrutta.
La mente si è liberata dai coefficienti,
è giunta al termine di ogni sete”.
DHAMMAPADA 153-4

Siddhartha, all’età di trentacinque anni, portò in tal modo a compimento la lunga ricerca interiore che lo aveva visto come Bodhisattva , vita dopo vita, impegnato nello sviluppo delle pãramitã (le perfezioni, o virtù) per giungere sull’altra riva, il Nirvãna , per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Non era un dio, ma un uomo che aveva raggiunto in terra la liberazione (vimutti), l’estinzione della sofferenza (dukkhanirodha), realizzando così l’inscindibilità con il Dharma, la Legge Eterna .
Dimorando in una pace indescrivibile, il Buddha rimase in meditazione per settimane, nel corso delle quali maturà la scelta di divulgare questo suo messaggio all’intera umanità per il beneficio di innumerevoli esseri senzienti. Tale decisione, mossa da autentica e profonda compassione, ha lasciato una traccia indelebile nel pensiero religioso dell’umanità

LA SIMBOLOGIA DELLO STUPA

di admin

Lo Stupa (chorten in tibetano) nasce originariamente in India come monumento funebre per contenere i resti di Buddha Shakyamuni e di altri Maestri Illuminati, divenendo poi il ricettacolo di reliquie, testi religiosi e immagini sacre.
Simbolo dell’Illuminato, lo Stupa rappresenta nella sua forma e nelle sue proporzioni le qualità della mente risvegliata: compassione, amore, saggezza, attività per il bene degli esseri.


Lo Stupa è uno dei principali supporti per la meditazione e in quanto tale ha conosciuto una vasta diffusione nei Paesi di tradizione buddhista.
In quanto simbolo dell�universo, lo Stupa rappresenta la sovrapposizione dei cinque elementi fondamentali (terra, acqua, fuoco, aria, spazio) nella loro configurazione geometrica. Più in particolare le singole parti che compongono lo stupa rappresentano i diversi aspetti dei cammini per raggiungere l’lluminazione.

In questa rappresentazione sono simboleggiate, oltre ai 5 elementi, anche le saggezze della mente di Buddha, simboleggiata dai 5 Dhyani Buddha, i 5 aggregati da purificare, i 5 chakra ed ancora altro. Risulta facile sovrapporre lo Stupa una figura di Buddha in Meditazione, assiso su di un trono e di un loto, le gambe incrociate nei gradini, il tronco nella cupola e la testa è in cima con la nada.

1. La piattaforma che sostiene l’edificio rappresenta le dieci virtù del corpo, della parola e della mente.
2. I tre scalini rappresentano i Tre Gioielli: il Buddha. il Dharma (l’insegnamento del Buddha) e il Sangha (l’insieme di coloro che praticano l’insegnamento).
3. Il trono dei leoni rappresenta la supremazia sull’intero universo.
4. Il vaso dei tesori rappresenta le otto nobili ricchezze.
5. Il piccolo e il grande loto rappresentano le sei perfezioni: generosità, etica, pazienza, energia, meditazione e saggezza.
6. I quattro angoli del trono rappresentano le quattro attitudini illimitate: amore illimitato, compassione illimitata, gioia illimitata, equanimità illimitata.
7. Il primo gradino rappresenta le quattro consapevolezze fondamentali di: impermanenza del corpo, impermanenza delle sensazioni, insostanzialit� dei pensieri e condizioni dell’ esistenza.
8. Il secondo gradino rappresenta i quattro sforzi perfetti: perseverare e produrre condizioni favorevoli eliminare le condizioni sfavorevoli già esistenti e fare in modo che non sorgano.
9. Il terzo gradino rappresenta i quattro fondamenti miracolosi: preghiera, pensiero, perseveranza e azione.
10. Il quarto gradino rappresenta i cinque poteri: fede, sforzo entusiastico, consapevolezza, stabilità meditativa, saggezza.
11. La base immutabile del vaso rappresenta le cinque forze.
12. Il vaso nelle sue particolarità rappresenta i sette rami dell’illuminazione: memoria completa (delle vite precedenti) perfetta conoscenza di tutti i fenomeni, diligenza, gioia entusiastica, perfetta padronanza di tutte le discipline.
13. La base della cima rappresenta il nobile ottuplice sentiero: visione perfetta, comprensione perfetta, parola perfetta, azione perfetta, via perfetta, sforzo perfetto, attenzione perfetta, concentrazione perfetta.
14. L’albero della vita rappresenta le dieci conoscenze.
15. I tredici anelli rappresentano i dieci poteri mistici e le tre consapevolezze essenziali.
16. L’ombrello e il suo sostegno rappresentano lo stato del Vittorioso (Buddha).
17. Lo Zaraisak in due parti rappresenta gli ornamenti di tutte le supreme qualit�.
18. La luna rappresenta l’eliminazione di tutte le sofferenze.
19. Il sole rappresenta l’irradiamento delle mille luci della compassione.
20. Il gioiello in cima rappresenta la realizzazione di tutte le speranze.